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Amintore Fanfani
Amintore Fanfani


Presidente del Consiglio dei ministri
Durata mandato 18 gennaio 1954 –
10 febbraio 1954
Presidente Luigi Einaudi
Predecessore Giuseppe Pella
Successore Mario Scelba

Durata mandato 1º luglio 1958 –
15 febbraio 1959
Presidente Giovanni Gronchi
Predecessore Adone Zoli
Successore Antonio Segni

Durata mandato 26 luglio 1960 –
21 giugno 1963
Presidente Giovanni Gronchi
Antonio Segni
Predecessore Fernando Tambroni
Successore Giovanni Leone

Durata mandato 1º dicembre 1982 –
4 agosto 1983
Presidente Sandro Pertini
Predecessore Giovanni Spadolini
Successore Bettino Craxi

Durata mandato 17 aprile 1987 –
28 luglio 1987
Presidente Francesco Cossiga
Predecessore Bettino Craxi
Successore Giovanni Goria

Ministro degli Esteri
Durata mandato 1º luglio 1958 –
15 febbraio 1959
Presidente sè stesso
Predecessore Giuseppe Pella
Successore Giuseppe Pella

Durata mandato 5 marzo 1965 –
30 dicembre 1965
Presidente Aldo Moro
Predecessore Aldo Moro
Successore Aldo Moro

Durata mandato 23 febbraio 1966 –
5 giugno 1968
Presidente Aldo Moro
Predecessore Aldo Moro
Successore Giuseppe Medici

Ministro dell'Interno
Durata mandato 16 luglio 1953 –
18 gennaio 1954
Presidente Alcide De Gasperi
Giuseppe Pella
Predecessore Mario Scelba
Successore Giulio Andreotti

Durata mandato 28 luglio 1987 –
13 aprile 1988
Presidente Giovanni Goria
Predecessore Oscar Luigi Scalfaro
Successore Antonio Gava

Dati generali
Partito politico Democrazia Cristiana
(1942-1994)
Partito Popolare Italiano
(1994-1999)
on. Amintore Fanfani
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Luogo nascita Pieve Santo Stefano
Data nascita 6 febbraio 1908
Luogo morte Roma
Data morte 20 novembre 1999 (Template:Età anni)
Titolo di studio Laurea in economia
Professione Docente universitario
Partito Democrazia Cristiana
Legislatura AC, I, II, III, IV
Gruppo Democratico Cristiano
Circoscrizione Siena
Incarichi parlamentari

Membro della commissione per la costituzione (AC)
Presidente della Commissione speciale sui trasferimenti in Sardegna (I)

sen. Amintore Fanfani
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Partito Democrazia Cristiana, Partito Popolare Italiano (dal 1994)
Legislatura V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII
Gruppo Democratico Cristiano</br> Partito Popolare Italiano (dalla XII)
Circoscrizione Toscana
Senatore a vita
Investitura Nomina presidenziale
Data 10 marzo 1972
Incarichi parlamentari

Presidente del Senato: V, VI (fino al 26.6.1973), VII, VIII (fino al 1.12.1982), IX (dal 9.7.1985 al 17.4.1987)

[[Categoria:Template:Bio/plurale attività Template:Bio/plurale nazionalità]][[Categoria:Template:Bio/plurale attività Template:Bio/plurale nazionalità]][[Categoria:Template:Bio/plurale attività Template:Bio/plurale nazionalità]]Template:Bio/catnatimortiCategoria:BioBot Amintore Fanfani (Pieve Santo Stefano, 6 febbraio 1908 – Roma, 20 novembre 1999) è stato Template:Bio/articolo[[Template:Bio/link attività|politico]], [[Template:Bio/link attività|economista]]Template:Bio/eufonica [[Template:Bio/link attività|storico]] [[Template:Bio/link nazionalità|italiano]]. E' stato il 3º, 7º, 10º, 23º e 25º Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana.

Biografia Edit

Uno dei più celebri politici italiani del secondo dopoguerra, fu una figura storica del partito della Democrazia Cristiana; si distinse anche come storico dell'economia.

Formazione culturale Edit

Proveniente da una numerosa ed umile famiglia del comune di Pieve S. Stefano (AR), compì i suoi studi tra Urbino (scuole medie) ed Arezzo (Liceo scientifico). Si iscrisse all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove studiò nel Collegio Augustinianum entrando a far parte della FUCI. Dopo la laurea in economia e commercio nel 1930, ottenne nel 1936 la cattedra di Storia delle Dottrine Economiche. Si dimostrò un convinto sostenitore del corporativismo, nel quale riconobbe uno strumento provvidenziale per salvare la società italiana dalla deriva liberale o da quella socialista ed indirizzarla verso la realizzazione di quegli ideali di giustizia sociale suggeriti dalla dottrina sociale della chiesa. Collaborò con la Scuola di mistica fascista, scrivendo articoli per la sua rivista Dottrina fascista[1]. Il suo nome comparve assieme a quello dei 330 firmatari che, nel 1938, appoggiarono il Manifesto della razza[2] pubblicando inoltre articoli sulla rivista La Difesa della Razza di Telesio Interlandi[3].

Durante il periodo milanese, Fanfani fu direttore della Rivista Internazionale di Scienze Sociali e si affermò nel panorama culturale italiano (e non solo) grazie agli studi di argomento storico-economico che hanno conservato un duraturo successo[4], come testimonia la recentissima ripubblicazione (2005) dell'opera Cattolicesimo e Protestantesimo nella formazione storica del capitalismo, nella quale propose una coraggiosa interpretazione dei fenomeni di genesi del capitalismo, con particolare riferimento al condizionamento dei fattori religiosi e in sostanziale disaccordo con le tesi, allora paradigmatiche, di Max Weber. Questa opera lo portò alla ribalta tra i cattolici statunitensi, in particolar modo fu molto apprezzata da John Kennedy, che esplicitamente alla convention democratica del 1956 a Chicago[5], riconobbe nell'influenza di Fanfani e del suo scritto una delle cause principali del suo ingresso in politica.

La fondazione della Democrazia cristiana Edit

Negli anni trascorsi a Milano conobbe Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira e, dalla fine degli anni trenta, prese a partecipare assiduamente alle loro riunioni, discutendo di cattolicesimo e società.

Con l'entrata in guerra dell'Italia, il gruppo spostò la sua attenzione al ruolo che sarebbe dovuto toccare al mondo cattolico all'indomani di quella caduta del Fascismo che era ormai ritenuta imminente. Con l'8 settembre del 1943, tuttavia, il gruppo si sciolse e, fino alla Liberazione, Fanfani si rifugiò in Svizzera, dove organizzò corsi universitari per i rifugiati italiani.

Rientrato in Italia, venne invitato a Roma proprio dall'amico Giuseppe Dossetti, appena eletto alla vicesegreteria democristiana, che gli affidò la direzione dell'ufficio propaganda del partito. Ebbe in questo modo inizio la sua carriera politica, e nel mezzo secolo successivo si troverà sempre, anche se a fasi alterne, al centro della scena politica nazionale.

Eletto all'Assemblea Costituente, fece parte della Commissione (Commissione dei 75) che redasse il testo della nuova Costituzione repubblicana: sua è la formulazione del primo articolo della Carta costituzionale: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro"[6]. Quando Dossetti abbandonò la vita pubblica, si trovò catapultato sul proscenio come principale esponente della sua corrente di sinistra nel partito.

Prime esperienze ministeriali Edit

Fu ministro del Lavoro nel quarto (1947-1948) e quinto (1948-1950) governo De Gasperi, dell'Agricoltura nel settimo governo De Gasperi (1951-1953), degli Interni nell'ottavo governo De Gasperi (1953-1953).

Fu il promotore (nel 1949) del cosiddetto "piano Fanfani" che prevedeva la costruzione di oltre 300.000 abitazioni popolari. Grazie alla tenacia e all'operosità di Fanfani, in pochissimo tempo furono realizzati nelle principali città numerosi nuovi alloggi di edilizia residenziale pubblica, spesso progettati da urbanisti e architetti di fama (ad esempio, il comprensorio del Tuscolano a Roma, a cui lavorarono, tra gli altri, Mario De Renzi, Adalberto Libera, Saverio Muratori)[7].

Nel 1954 formò il suo primo governo, senza però ottenere la fiducia. Fece invece parte del governo Pella come ministro degli Interni.

Alla guida del partito e del governo Edit

Sempre nel 1954 venne nominato segretario della Democrazia Cristiana in quanto leader della corrente "Iniziativa Democratica"; come segretario si adoperò per dotare il partito di una fitta rete di sezioni. Nel 1958, a seguito del successo elettorale della DC, poté formare il suo secondo governo, con il sostegno di repubblicani e socialdemocratici, ricoprendo anche la carica di ministro degli Esteri. Il governo rappresentò un primo accenno a un nuovo corso politico, superando il cosiddetto centrismo.

A causa della contrarietà della maggioranza della DC all'apertura di una stagione di centro-sinistra e, soprattutto, all'eccessiva concentrazione di potere realizzatosi nelle mani del leader aretino, il Governo Fanfani II fu presto logorato dai cosiddetti "franchi tiratori", che lo misero spesso in minoranza.

È per questo che il 26 gennaio 1959 Fanfani rassegnò le dimissioni del gabinetto da lui presieduto e, pochi giorni dopo, si dimise anche da Segretario politico della DC. Al suo posto, venne nominato Presidente del Consiglio Antonio Segni, sostenuto da una maggioranza di centro-destra, mentre alla Segreteria del partito di maggioranza fu nominato, dopo un travagliato Consiglio Nazionale alla Domus Mariae, Aldo Moro. Si verificò in quella sede una spaccatura nella corrente di "Iniziativa Democratica", con la nascita delle correnti contrapposte di "Nuove Cronache" e della corrente "dorotea".

Dopo la sconfitta, Fanfani si ritirò nella sua Toscana, meditando a lungo di ritirarsi dalla vita politica e di ritornare all'insegnamento universitario. La battaglia congressuale della DC del 1959, però, gli offrì nuovi stimoli. Alla guida di un cartello di centro-sinistra, Fanfani giunse quasi a vincere il Congresso nazionale sulla base di una piattaforma politica che affermava la necessità di una collaborazione con il PSI. Il fronte anti-fanfaniano, inizialmente sicuro della vittoria, rimase spiazzato dall'attivismo e dal recupero del vecchio leader, riuscendo a vincere il congresso e a rieleggere Segretario Aldo Moro solo per pochi voti.

In politica estera ebbe un ruolo cruciale per la cosiddetta Crisi di Suez, promuovendosi come mediatore tra il Presidente egiziano Nasser e le potenze occidentali (Regno Unito e Francia).

Ritorno al governo e primi tentativi di centro-sinistra Edit

Nel 1960, dopo la parentesi travagliata del Governo Tambroni, Fanfani torna alla Presidenza del Consiglio, formando il suo terzo governo. Si trattò di un monocolore democristiano appoggiato dai partiti del centro democratico, ma che poteva avvalersi anche dell'astesione non concordata dei socialisti e dei monarchici. Con Fanfani al Governo e con Moro alla Segreteria, la Democrazia Cristiana si prepara ad inaugurare definitivamente la coalizione di centro-sinistra. L'impegno dei due "cavalli di razza" del partito porta infatti il Congresso nazionale, svoltosi a Napoli nel 1962 ad approvare con ampia maggioranza la nuova linea di collaborazione con il Partito Socialista Italiano.

Nel 1962, subito dopo il Congresso DC, Fanfani forma il suo quarto governo, questa volta di coalizione (DC - PSDI - PRI e con l'appoggio esterno del PSI), iniziando così l'esperienza delle maggioranze di centrosinistra. Sarà questo il periodo di maggiore successo della carriera di Fanfani.

In politica estera ruolo fondamentale fu quello assunto da Fanfani durante la Crisi dei missili di Cuba: proponendo a John Kennedy la dismissione dei missili installati in Puglia puntati verso l'URSS, favorì l'accordo tra gli americani e Kruscev.

In politica interna raggiunse importanti successi come la nazionalizzazione dell'energia elettrica, l'istituzione della scuola media unica (con i libri di testo gratuiti per i non abbienti), la definitiva industrializzazione del paese, l'avvio delle opere infrastrutturali come la realizzazione dell'Autostrada del sole Milano-Napoli e - con la nomina di Ettore Bernabei - la definitiva consacrazione della RAI come servizio pubblico (con le trasmissioni Non è mai troppo tardi per gli adulti analfabeti o Tribuna politica che dava spazio, in egual misura, a tutte le forze politiche).

La sua politica riformatrice, accusata di avere uno stampo troppo solidarista, produsse una significativa diffidenza della classe industriale e della corrente di destra della DC; i potentati multinazionali mal sopportarono l'opera di apertura ai paesi arabi condotta dal suo sodale Enrico Mattei alla guida dell'ENI. Con il calo di consenso elettorale del 1963 fu costretto alle dimissioni.

Nel 1965 è ministro degli Esteri nel secondo governo Moro, carica che ricopre anche dal 1966 al 1968 nel terzo governo Moro. Venne eletto Presidente dell'Assemblea dell'ONU per il periodo 1965-1966.

Alla Presidenza del Senato Edit

Dal 1968 al 1973 fu Presidente del Senato, ed ebbe il 10 marzo del 1972 la nomina di senatore a vita. Da Palazzo Giustiniani, però, continuò per oltre un ventennio a svolgere un ruolo rilevante, abbandonando saltuariamente la seconda carica dello Stato ogni qual volta l'interesse del partito lo chiamava alla guida della DC o del governo. Nonostante questa seconda fase della sua lunga carriera politica lo vedesse su posizioni nettamente più moderate della prima fase, la sua persona continuò ad essere oggetto di una certa freddezza da parte di potentati economici o amministrativi[8].

Nel 1973 fu rieletto Segretario politico della Democrazia Cristiana dopo il Congresso di Roma. L'elezione di Fanfani pose fine alla segreteria del suo delfino Arnaldo Forlani e alla linea politica di 'centralità', che aveva portato all'interruzione momentanea della collaborazione con il Partito Socialista Italiano. Il ritorno alla segreteria del leader aretino non riuscì in ogni caso ad evitare la progressiva crisi di una formula politica (quella del centro-sinistra) ormai giunta alla fine della propria esperienza.

Dopo le pressioni provenienti dagli ambienti cattolici, seppur con molte perplessità circa la sua riuscita, dovette guidare il partito nella campagna per il referendum sull'abrogazione del divorzio, su posizioni di forte contrapposizione allo schieramento laico. Fanfani si ritrovò a guidare questa battaglia senza avere l'appoggio esplicito della DC: Rumor, Moro, Colombo e Cossiga, infatti, erano convinti della non riuscita della battaglia referendaria. La sconfitta del referendum sul divorzio non ne provocò immediatamente le dimissioni; per un altro anno, infatti, Fanfani continuò a guidare il partito, seppur con l'esplicita opposizione delle correnti di sinistra.

L'attenzione di Fanfani si spostò allora sulle elezioni regionali del 1975, dove egli sperava di raggiungere un successo considerevole basando la campagna elettorale sui temi della sicurezza e dell'opposizione al crimine e al terrorismo. Invece il risultato della consultazione portò la DC al suo minimo storico, con conseguente sfiducia per il Segretario da parte del Consiglio Nazionale.

Gli succedette Benigno Zaccagnini, inizialmente sostenuto dallo stesso Fanfani, che poi assunse una posizione critica nei confronti della segreteria a causa della sua linea di apertura al PCI. Fu per questo che, durante il Congresso nazionale DC del 1976 Fanfani guidò, assieme ad Andreotti e ai dorotei di Piccoli e Bisaglia, un cartello di correnti moderate opposte alla "linea Zaccagnini" denominato "DAF" (Dorotei-Andreotti-Fanfani). Il "DAF", però, non riuscì ad imporsi e a far eleggere alla Segreteria il fanfaniano Arnaldo Forlani, mettendo così in condizione Zaccagnini e la sua maggioranza - alla quale si aggregò Andreotti in cambio della designazione a Presidente del consiglio - di procedere con la politica di "solidarietà nazionale" e con l'apertura al PCI.

Dopo il Congresso, fu nominato quindi Presidente del consiglio nazionale della DC, carica che la nuova maggioranza zaccagniniana volle concedere a un esponente della minoranza per assicurare l'unità del partito. Lasciò quest'incarico dopo le elezioni del 1976, quando fu eletto nuovamente alla presidenza del Senato, carica che mantenne costantemente fino al 1982.

Durante il sequestro Moro fu l'unico esponente DC ad osteggiare la linea della fermezza, fino al punto di negare al Governo la sede deliberante - richiesta da Giulio Andreotti - sui provvedimenti di polizia proposti il giorno dopo il sequestro di Aldo Moro. La sua non ostilità alla linea della trattativa[9] rimase però isolata all'interno del partito. Moro stesso, dalle lettere dal carcere delle Brigate rosse, si rivolse a Fanfani facendo affidamento sul suo "gusto antico per il grande sfondamento"; il giorno prima dell'omicidio, però, quando si attendeva un ultimo gesto possibilista verso la concessione della grazia a un brigatista ferito da parte del Capo dello Stato Leone, Bartolomei, il fanfaniano presente nella direzione della DC, tacque. La famiglia Moro, in rotta con lo stato maggiore DC, rifiutò di partecipare ai funerali di Stato e vietò agli esponenti politici democristiani di partecipare ai funerali in forma privata a Torrita Tiberina: soltanto Fanfani, a causa della posizione aperturista assunta durante il sequestro, avrebbe potuto recarsi alle esequie nella cittadina laziale, ma non poté fare in tempo ad assistere alla cerimonia funebre perché impegnato nella commemorazione di Aldo Moro al Senato.

File:G-7 Summit 1983.jpg

Nonostante avesse collaborato all'affermazione delle correnti moderate della DC nel Congresso nazionale del 1980, che causò l'interruzione della fase di apertura verso i comunisti, Fanfani decise di sostenere al successivo Congresso proprio la Sinistra del partito. Assieme ai dorotei di Piccoli e alla corrente andreottiana, infatti, contribuì in modo decisivo all'elezione del nuovo Segretario Ciriaco De Mita e alla sconfitta di quello che un tempo era stato il suo delfino: Arnaldo Forlani. A causa di questa scelta, la corrente fanfaniana subì una pesante scissione; il grosso della stessa, infatti, non se la sentì di seguire il leader in questa nuova avventura, preferendo rimanere assieme a Forlani nella minoranza moderata del partito.

Dal 1982 al 1983 Fanfani fu Presidente del Consiglio per la quinta volta, guidando un governo DC - PSI - PSDI - PLI con l'appoggio esterno del PRI. Destando un certo scalpore, nel febbraio del 1983 Fanfani si recò a Londra per rendere visita all'ex re d'Italia Umberto II, ricoverato alla London Clinic.

Dal 1985 al 1987 fu ancora Presidente del Senato, eletto da un'ampia maggioranza che andava dalla maggioranza di pentapartito al PCI fino ad arrivare al MSI. Da aprile a luglio del 1987 fu per la sesta volta premier per poi essere nominato ministro degli Interni nel governo Goria; dal 1988 al 1989 fu al Bilancio nel governo De Mita.

Nel 1992, dopo le elezioni politiche che rivoluzioneranno il quadro politico nazionale, fu eletto Presidente della commissione permanente "Affari esteri" del Senato, che mantenne fino al 14 aprile 1994. Sarà l'ultimo incarico istituzionale ricoperto da Fanfani.

Dopo la stagione di Tangentopoli (dalla quale non venne sfiorato, a differenza di gran parte degli esponenti DC) e le trasformazioni subite dalla DC, seguì il partito nella formazione del Partito Popolare Italiano.

Le sue ultime uscite politiche sono state l'intervento all'Assemblea che sancì, sotto la guida di Mino Martinazzoli, la nascita del PPI e nel 1996 la dichiarazione di voto per la fiducia al primo governo Prodi. Benché indebolito dalla malattia, nel 1998 volle essere presente alla cerimonia per i suoi 90 anni organizzata dal Senato. Il 20 novembre 1999 si spense nella sua abitazione romana vicino a Palazza Madama. E' sepolto a Roma nel Cimitero Flaminio.

Riconoscimenti Edit

File:Francobollo Fanfani 2008.JPG

Il 29 giugno 1991 ricevette la cittadinanza onoraria di Sansepolcro, la città nella quale si era da tempo trasferito il ramo toscano della famiglia, nella quale aveva vissuto la sua carriera politica suo fratello Ameglio e aveva avviato la propria suo nipote Giuseppe Fanfani. Oltre agli studi e alla politica, la sua grande passione fu la pittura, che esercitò fin da giovane dopo studi accademici.

La sua azione politica è stata importante in quanto egli viene considerato, insieme a Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Aldo Moro ed Ugo la Malfa, uno degli artefici della svolta politica del centro-sinistra, con cui la Democrazia Cristiana volle avvalersi della collaborazione governativa del Partito Socialista Italiano.

Fino ad oggi Fanfani è l'unico Italiano ad avere presieduto l'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Curiosità Edit

Template:Curiosità

  • Per i molteplici incarichi istituzionali a cui venne chiamato, spesso anche quando alcuni credevano che stesse per imboccare il "viale del tramonto", venne soprannominato da Indro Montanelli Rieccolo ovvero (richiamando un pupazzo di gomma per bambini) "il misirizzi".
  • Sino ad oggi, Fanfani è l'unico Italiano ad avere presieduto l'Assemblea generale dell'ONU, carica a cui tenne parecchio: ancora da Presidente del Senato sviluppò le tematiche e le suggestioni ricevute in quell'anno di palcoscenico internazionale, dedicando le "integrazioni conoscitive al dibattito parlamentare" della Sala Zuccari di palazzo Giustiniani ad una serie di dibattiti sull'ecologia (nei quali fece la sua apparizione pubblica il Club di Roma ed il vulcanologo Franco Barberi).
  • Dario Fo compose, nel 1973, una commedia intitolata Il Fanfani rapito il cui protagonista è, appunto, Amintore Fanfani.
  • Durante l'elezione del Presidente della Repubblica del 1971, Fanfani accettò la candidatura ma, per tutti i primi cinque scrutini di votazione, un elettore scrisse sulla sua scheda: "Nano maledetto / non sarai mai eletto", frase che la tradizione vuole dedicata proprio all'allora Presidente del Senato Fanfani che assisteva al conteggio delle schede. Al sesto scrutinio, dopo che il senatore toscano aveva detto che avrebbe ritirato la candidatura se non fosse stato eletto allo scrutinio successivo, il quorum non fu raggiunto e su una scheda apparve la frase: "Te l'avevo detto / nano maledetto / che non venivi eletto"[10]
  • Durante l'esame per diventare giornalista, alla domanda su quale fosse l'orientamento politico di Fanfani, Beppe Viola (1939-1982) rispose: "Dipende dai giorni". Tra gli esaminatori era presente anche Enzo Biagi (1920-2007), che sorrise. Viola fu promosso a pieni voti.

Note Edit

  1. [1]
  2. "I dieci: chi erano gli scienziati italiani che firmarono il Manifesto della Razza" di Franco Cuomo. Pag 23.
  3. Nino Tripodi Intellettuali sotto due bandiere edizioni Ciarrapico
  4. v. Fanfani, Amintore, "La dottrina di Smith e la crisi odierna", in Economia e Storia 24, no. 2 (March 1977): 147-154.
  5. Fanfani alle Nazioni Unite. Atti del Convegno sulla Presidenza della XX Assemblea dell'ONU, Fondazione Amintore Fanfani, Camera dei deputati, Roma, 11 ottobre 2005.
  6. La formulazione di Fanfani consentì di trovare una soluzione, approvata dalla maggiornza, dopo la prima proposta di Mario Cevolotto: "L'Italia è una Repubblica democratica" e quella successiva di Palmiro Togliatti: "L'Italia è una Repubblica democratica di lavoratori".
  7. Vedi: Tuscolano 1950-1960 Ministero dei Beni e le Attività Culturali.
  8. Risulta, nelle varie inchieste penali condotte, che Amintore Fanfani fu l'unico Presidente del consiglio a non essere stato messo a parte dell'esistenza di Gladio e che fu l'unico ministro dell'interno a non essere messo a parte dei fondi neri del SISDE.
  9. Massimo Pini, Craxi: una vita, un'era politica, Mondadori, 2006, afferma che "Maria Pia Fanfani confermò che il marito tra il 4 e l'8 maggio affiancò Craxi: si rivolse al cardinale Benelli dal quale seppe che le BR erano disponibili a liberare Moro in cambio della grazia" alla Ardizzone.
  10. [2] (dalla riga 38 dell'articolo)

Bibliografia Edit

  • Pier Emilio Acri, Amintore Fanfani : l'uomo, lo statista e le sue radici, Paludi, Ferrari, 2009. ISBN 978-88-958343-8-2.
  • Giulio Andreotti, De Gasperi e il suo tempo, Milano, Mondadori, 1956.
  • Renato Filizzola, Amintore Fanfani. Quaresime e resurrezioni, Editalia, 1988, ISBN 88-7060-180-3.
  • Giorgio Galli, Fanfani, Milano, Feltrinelli , 1975.
  • Giorgio Galli, Storia della Democrazia cristiana, Roma-Bari, Laterza, 1978.
  • Igino Giordani, Alcide De Gasperi il ricostruttore, Roma, Edizioni Cinque Lune, 1955.
  • Agostino Giovagnoli, Il partito italiano: la Democrazia Cristiana dal 1942 al 1994, Bari, Laterza, 1996.
  • Sofia La Francesca, La linea riformista : la testimonianza dei diari di Amintore Fanfani, 1943-1959, Firenze, F. Le Monnier, 2007. ISBN 978-88-00-20702-7.
  • Vincenzo La Russa, Amintore Fanfani, Rubbettino, 2006.
  • Piero Ottone, Fanfani, Milano, Longanesi, 1966.
  • Nico Perrone, Il segno della DC, Bari, Dedalo, 2002, ISBN 88-220-6253-1.
  • Luciano Radi, La Dc da De Gasperi a Fanfani, Soveria Manelli, Rubbettino, 2005.

Altri progetti Edit

Voci correlate Edit

Collegamenti esterni Edit

Predecessore Presidente dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite Successore 30x30px
Alex Quaison-Sackey 1965 Abdul Rahman Pazhwak
Predecessore Presidente del Senato della Repubblica Successore 30x30px
Ennio Zelioli-Lanzini 5 giugno 1968 - 26 giugno 1973 Giovanni Spagnolli I
Giovanni Spagnolli 5 luglio 1976 - 1º dicembre 1982 Tommaso Morlino II
Francesco Cossiga 9 luglio 1985 - 17 aprile 1987 Giovanni Malagodi III
Predecessore Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana Successore 30x30px
Giuseppe Pella 18 gennaio 1954 - 10 febbraio 1954 Mario Scelba I
Adone Zoli 1º luglio 1958 - 15 febbraio 1959 Antonio Segni II
Fernando Tambroni 26 luglio 1960 - 21 giugno 1963 Giovanni Leone III
Giovanni Spadolini 1º dicembre 1982 - 4 agosto 1983 Bettino Craxi IV
Bettino Craxi 17 aprile 1987 - 28 luglio 1987 Giovanni Goria V
Predecessore Ministro degli Esteri della Repubblica Italiana Successore 30x30px
Giuseppe Pella 1º luglio 1958 - 15 febbraio 1959 Giuseppe Pella I
Aldo Moro (interim) 5 marzo 1965 - 30 dicembre 1965 Aldo Moro (interim) II
Aldo Moro (interim) 23 febbraio 1966 - 5 giugno 1968 Giuseppe Medici III
Predecessore Ministro dell'Interno della Repubblica Italiana Successore 30x30px
Mario Scelba 16 luglio 1953 - 18 gennaio 1954 Giulio Andreotti I
Oscar Luigi Scalfaro 28 luglio 1987 - 13 aprile 1988 Antonio Gava II
Predecessore Ministro del Bilancio della Repubblica Italiana Successore 30x30px
Emilio Colombo 13 aprile 1988 - 22 luglio 1989 Paolo Cirino Pomicino
Predecessore Ministro dell'Agricoltura della Repubblica Italiana Successore 30x30px
Antonio Segni 26 luglio 1951 - 16 luglio 1953 Rocco Salomone
Predecessore Ministro del Lavoro della Repubblica Italiana Successore 30x30px
Giuseppe Romita 31 maggio 1947 - 21 gennaio 1950 Achille Marazza

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