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Giovanni Leone
Giovanni Leone


VI Presidente della Repubblica Italiana
Durata mandato 29 dicembre 1971 –
15 giugno 1978
Predecessore Giuseppe Saragat
Successore Sandro Pertini

Presidente del Consiglio dei ministri
Durata mandato 21 giugno 1963 –
4 dicembre 1963
Presidente Antonio Segni
Predecessore Amintore Fanfani
Successore Aldo Moro

Durata mandato 24 giugno 1968 –
12 dicembre 1968
Presidente Giuseppe Saragat
Predecessore Aldo Moro
Successore Mariano Rumor

Presidente della Camera dei deputati
Durata mandato 12 giugno 1958 –
21 giugno 1963
Predecessore Giovanni Gronchi
Successore Brunetto Bucciarelli-Ducci

Dati generali
Partito politico Democrazia Cristiana
Alma mater Università degli Studi "Federico II", Napoli
on. Giovanni Leone
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Luogo nascita Napoli
Data nascita 3 novembre 1908
Luogo morte Roma
Data morte 9 novembre 2001 (Template:Età anni)
Partito DC
Legislatura AC, I, II, III, IV
sen. Giovanni Leone
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Legislatura IV, V, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV
Gruppo Gruppo Misto
Senatore a vita
Investitura Nomina presidenziale (1967-1971), Senatore di diritto (1978-2001)
Data 27 agosto 1967

[[Categoria:Template:Bio/plurale attività Template:Bio/plurale nazionalità]][[Categoria:Template:Bio/plurale attività Template:Bio/plurale nazionalità]]Template:Bio/catnatimortiCategoria:BioBot Giovanni Leone (Napoli, 3 novembre 1908 – Roma, 9 novembre 2001) è stato Template:Bio/articolo[[Template:Bio/link attività|politico]]Template:Bio/eufonica [[Template:Bio/link attività|giurista]] [[Template:Bio/link nazionalità|italiano]]. E' stato l'11º e 13º Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana. Dal 10 maggio 1955 al 21 giugno 1963 fu Presidente della Camera dei deputati e, successivamente, fu per due volte Presidente del Consiglio dei ministri, dal 21 giugno 1963 al 4 dicembre 1963 e dal 24 giugno 1968 al 12 dicembre 1968.

Nominato senatore a vita dal Presidente Saragat, il 27 agosto 1967, fu il primo senatore a vita a diventare Presidente della Repubblica Italiana, una circostanza che si è ripetuta solo nel 2006, con l'elezione di Giorgio Napolitano. L'elezione di Leone, con i ben 23 scrutini necessari a raggiungere la maggioranza assoluta dei componenti dell'Assemblea elettiva, fu anche la più lunga della storia repubblicana.

Biografia e carriera Edit

Carriera universitaria ed esordio in politica Edit

Conseguita nel 1929, a soli 21 anni, la laurea in giurisprudenza, seguita da quella in scienze politiche sociali nel 1930, allievo di Enrico De Nicola e di Eduardo Massari, Leone ottenne nel 1933 la libera docenza in diritto e procedura penale. Fu iscritto alla Federazione Universitaria Cattolica Italiana, della quale fu presidente del circolo di Napoli, già laureato fino al 1931-32. Dopo aver insegnato come professore incaricato nella facoltà di giurisprudenza di Camerino, nel 1935 fu vincitore assoluto del concorso a ordinario. Insegnò a Messina (1935-1940), a Bari (1940-1948, dove ebbe fra i suoi collaboratori Aldo Moro), e a Napoli (1948-1956), concludendo la sua carriera universitaria nel 1956 a Roma, dove tenne fino al 1972 la cattedra di procedura penale alla Sapienza, insegnando anche in università straniere. La sua produzione giuridica conta un numero imponente di pubblicazioni, tra le quali un trattato di diritto processuale penale in tre volumi e un manuale di diritto processuale penale su cui hanno studiato generazioni di studenti (l'ultima edizione risale al 1985). Fu insignito della Medaglia d'oro al merito della cultura.

In gioventù si iscrisse al Partito Nazionale Fascista[1] per poter esercitare la professione di docente universitario. Fece parte della commissione incaricata di redigere il codice della navigazione del 1942, occupandosi in particolare della parte, tuttora in vigore, relativa alle norme penali, quasi completamente ideata e redatta da lui. Dal 1940 al 1943 prese parte alla Seconda guerra mondiale, arrivando al grado di tenente colonnello, fece parte del tribunale militare di Napoli e si guadagnò un encomio solenne. Nel 1944 si iscrisse alla Democrazia Cristiana e proseguì la brillante carriera di avvocato penalista iniziata nell'anteguerra.

Nel 1945 fu eletto segretario politico del Comitato napoletano della DC. Nel 1946 assunse un atteggiamento agnostico in occasione del referendum costituzionale del 2 giugno. In quella data fu eletto all'Assemblea Costituente nelle file della Democrazia Cristiana per il XXII collegio Napoli-Caserta. Fu chiamato a far parte della "commissione dei Settantacinque" che redasse il testo preliminare della Costituzione italiana, contribuendo in modo incisivo alla formulazione delle norme in materia di libertà personali e di azione penale. Il 15 luglio 1946 sposa Vittoria Michitto, dalla quale avrà i figli Mauro, Giancarlo e Paolo (il secondogenito Giulio morirà bambino[2]). Nel 1948 fu eletto alla Camera dei deputati. Rieletto a tutte le elezioni successive, lasciò la Camera il 27 agosto 1967 quando fu nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.

Presidente della Camera Edit

Nel 1955 fu relatore alla Camera della "novella" del codice di procedura penale del 1930, contribuendo in modo determinante alla formulazione definitiva dell'articolato. Le nuove norme (che andarono a sostituire più di un terzo del testo originario varato da Alfredo Rocco nel 1930) sono rimaste in gran parte in vigore fino al 1989, quando è entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale. Vice presidente della Camera dei deputati dal 24 maggio 1950 al 10 maggio 1955, fu eletto presidente dell'assemblea il 10 maggio 1955 in sostituzione di Giovanni Gronchi eletto presidente della Repubblica. Rimarrà alla guida di Montecitorio fino al 26 giugno 1963, quando si dimise per assumere le funzioni di Presidente del Consiglio dei ministri.

Presidente del Consiglio dei ministri Edit

Nell'estate del 1963 e in quella del 1968 fu incaricato di formare due governi monocolore DC "balneari" (formula transitoria mirata ad arrivare al traguardo dell'approvazione della legge di bilancio che all'epoca era prevista il 31 ottobre di ogni anno, per poi dimettersi e cedere il posto ad una compagine altrettanto precaria). Il primo governo Leone durò dal 21 giugno al 4 dicembre 1963, il secondo dal 24 giugno al 12 dicembre 1968. In ambedue i casi, Leone accettò l'incarico per puro spirito di servizio, nella piena consapevolezza del mandato a tempo limitato che avrebbe contrassegnato la sua azione governativa.

Il Vajont Edit

File:Leone Vajont.jpg

Fu oggetto di critiche la posizione dell'allora Presidente del Consiglio Giovanni Leone, che, avendo promesso giustizia ai superstiti della sciagura del Vajont, divenne poi capo del collegio di avvocati dell'Enel nella causa promossa dai superstiti stessi[3]. In quella circostanza, il ricorso all'istituto giuridico della commorienza, da alcuni ritenuto un artificioso cavillo giuridico, fece risparmiare all'Enel miliardi di lire[4].

Al Quirinale Edit

La scelta di Saragat - che lo nominò senatore a vita - potrebbe essere interpretata come un gesto elegante nei confronti di Leone, che nel 1964 fino al quattordicesimo scrutinio era stato il candidato ufficiale della DC e che successivamente si era ritirato per consentire l'elezione dell'esponente socialdemocratico.

Fu eletto Capo dello Stato il 24 dicembre 1971 al ventitreesimo scrutinio, con 518 voti su 1008 "grandi elettori". Per il raggiungimento del quorum richiesto (505), furono determinanti i voti del Movimento Sociale Italiano. Nei primi scrutini, il candidato ufficiale della DC era stato il presidente del Senato Amintore Fanfani, ma questi in seguito dovette cedere il passo a Leone. Dopo il ritiro di Fanfani, provocato anche dall'azione dei cosiddetti "franchi tiratori" del suo stesso partito, la maggioranza dei parlamentari della DC si orienterà infatti sulla candidatura del giurista napoletano.

Essa fu interpretata in chiave conservatrice, anche perché prevalse di stretta misura su quella di Aldo Moro, che avrebbe rappresentato una scelta più aperta ai partiti di sinistra.[5] E nei giorni del sequestro del presidente della DC, fu addirittura sul punto di compiere un gesto umanitario che forse avrebbe potuto impedire l'assassinio di Moro.[6]

Secondo autorevoli costituzionalisti, la sua presidenza fu caratterizzata da una linea improntata all'indipendenza piena dai partiti e al rispetto scrupoloso delle istituzioni[7]. Leone fu sempre rispettoso del dettato costituzionale, e nell'avvalersi delle sue prerogative effettuò delle scelte del tutto aliene da impostazioni ideologiche (ad esempio, nella nomina dei giudici costituzionali optò per giuristi insigni di area politica del tutto antitetica a quella della DC come il romanista Edoardo Volterra e il costituzionalista Antonio La Pergola), talvolta in contrasto con la maggioranza parlamentare (come quando rinviò alle Camere la legge sul nuovo sistema elettorale del CSM, che il Parlamento riapprovò tal quale costringendolo alla promulga)[8].

File:Leone Ford 1974.jpg

Leone inviò il 15 ottobre 1975 un articolato messaggio alle Camere[9], ma su di esso - che era espressione di una linea politica estranea alla linea dei vertici del partito da cui proveniva - la DC si adoperò perché passasse il più possibile sotto silenzio (in un'intervista televisiva del 1996, Template:Citazione necessaria.

Più in generale, l'elezione di Leone era il frutto di equilibri politici anche interni al suo stesso partito che nel 1978 erano ormai largamente superati, per cui si scatenò contro di lui una diffusa ostilità della sua stessa parte politica, assai flebile nel difenderlo dinanzi alle critiche virulente che gli vennero rivolte da una parte della stampa, il primo luogo l'Espresso, e dal partito radicale. In una prima fase, gli furono rimproverate cadute di stile[10] e fu tacciato d'inadeguatezza al ruolo presidenziale. In seguito, si passò al tentativo di coinvolgere Leone nel discredito e nel malgoverno della cosa pubblica. L'ultimo atto fu la richiesta di dimissioni presentata dalla Direzione dell'allora Pci sulla spinta di una campagna di stampa che chiamava in causa il Capo dello Stato soprattutto relativamente allo scandalo Lockheed[11][12].

Durante la sua presidenza, nominò cavaliere del lavoro Silvio Berlusconi, futuro capo di governo.

Controversia Edit

A partire dal 1975 Leone e i suoi familiari si erano trovati al centro di attacchi violentissimi e insistenti, mossi soprattutto dal Partito Radicale di Marco Pannella, dal settimanale L'Espresso: essi furono riversati nel libro Giovanni Leone: la carriera di un Presidente, che la giornalista Camilla Cederna nei primi mesi del 1978 pubblicò per Feltrinelli.

Ancora una volta, a questo pamphlet su presunte irregolarità commesse dal presidente e dei suoi familiari, la parte politica di cui Leone era espressione non reagì[13] né consentì allo stesso Capo dello Stato di reagire: il Guardasigilli del quarto governo Andreotti, Francesco Paolo Bonifacio, più volte sollecitato dal Quirinale, rifiutò di accordare la necessaria autorizzazione per procedere penalmente contro l'autrice per oltraggio al Capo dello Stato.

Furono soltanto i figli di Leone a poter sporgere querela, per i fatti loro ascritti. La Cederna perse in tutti e tre gradi di giudizio: fu condannata per diffamazione e, a lei e al suo giornale, "L'Espresso", fu comminata una multa elevata[14].

Oltre ad amicizie discutibili negli ambienti della finanza d'assalto e a rimescolature di un vecchio dossier del generale De Lorenzo sulla vita privata della moglie[15] nel 1976 incominciò a circolare un'indiscrezione, secondo la quale sarebbe stato Leone stesso il personaggio chiave attorno al quale ruotava lo scandalo Lockheed (illeciti nell'acquisto da parte dello Stato italiano di velivoli dagli USA), con il nome in codice Antelope Cobbler, ma le accuse avanzate contro Leone non furono mai provate[12].

Fino al giorno delle sue dimissioni, Leone preferì non rispondere pubblicamente di tutto quello che era successo.

Le dimissioni Edit

In un primo momento, Leone pensò di presentare spontaneamente le dimissioni, anche in coerenza con quanto rappresentato dal suo messaggio alle Camere dove auspicava una riduzione da sette a cinque anni del mandato presidenziale[16]. In seguito l'idea venne abbandonata, ma immediatamente dopo il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro (16 marzo - 9 maggio 1978) le polemiche ripresero in maniera più virulenta, e il PCI chiese formalmente per primo le sue dimissioni, che Leone stesso annunciò agli italiani il 15 giugno 1978 in un messaggio televisivo. Le dimissioni avvennero 14 giorni prima dell'inizio del cosiddetto "semestre bianco", ossia il periodo durante il quale il presidente della Repubblica non può sciogliere anticipatamente le Camere[17] e con sei mesi e quindici giorni di anticipo rispetto alla scadenza del mandato, che quindi cessò il 15 giugno 1978 con effetto immediato, dando luogo alla supplenza del presidente del Senato Amintore Fanfani.

Attività parlamentare di senatore a vita e omaggi dopo la presidenza Edit

File:Clagolo7.jpg

A seguito delle dimissioni fece ritorno al Senato in quanto senatore a vita, iscrivendosi al gruppo misto. Prese parte con assiduità ai lavori della commissione Giustizia, battendosi soprattutto perché il nuovo codice di procedura penale non fosse redatto nella forma entrata in vigore nel 1989[18] ed affinché la legge sulla violenza sessuale del 1996 non modificasse le vecchie fattispecie del codice penale del 1930 (il "codice Rocco" che da giovane docente Leone aveva visto nascere), fino ad ipotizzare, con una lettera sul settimanale Famiglia Cristiana, il referendum abrogativo della nuova legge[19].

Nel 1994 votò la fiducia al Governo Berlusconi e fece lo stesso nel 1996 con il primo Governo di Romano Prodi. Al contrario, non sostenne il Governo D'Alema I.

Le scuse dei Radicali Edit

In occasione del suo novantesimo compleanno, il 3 novembre 1998, fu promosso dalla presidenza del Senato un convegno in suo onore a Palazzo Giustiniani al quale, oltre al presidente della Repubblica in carica Oscar Luigi Scalfaro e a numerose personalità, presero parte alcuni esponenti dell'ex PCI fra i quali il futuro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Prima della manifestazione, Marco Pannella ed Emma Bonino andarono Template:Citazione necessaria a scusarsi pubblicamente per gli attacchi di vent'anni prima. I due esponenti radicali hanno poi reso pubblica una lettera nella quale essi, oltre a rendere omaggio a Leone, affermano: Template:Q

Gli ultimi anni Edit

A Giovanni Leone, poche settimane prima di spegnersi all'età di 93 anni, a seguito del Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 25 settembre 2001 fu attribuito il titolo di Presidente Emerito della Repubblica, dignità di ordine onorifico e protocollare che da allora spetta ex lege a tutti gli ex capi dello Stato in vita[20].

Si spense a Roma il 9 novembre 2001.

Il 25 novembre 2006 il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano affermò che, otto anni prima, dal Senato era stato espresso il pieno riconoscimento della correttezza del suo operato[21].

Onorificenze Edit

Onorificenze italiane Edit

Nella sua qualità di Presidente della Repubblica italiana è stato, dal 29 dicembre 1971 al 15 giugno 1978: Template:Onorificenze Template:Onorificenze Template:Onorificenze Template:Onorificenze Template:Onorificenze

Onorificenze straniere Edit

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Curiosità Edit

Template:Curiosità

  • Il cantautore napoletano Edoardo Bennato dedicò una canzone a Giovanni Leone, suo concittadino. La canzone si intitola Uno buono ed è tratta dall'album I buoni e i cattivi, pubblicato nel 1974. Naturalmente, il testo di questa canzone ha un significato ironico.

Opere principali Edit

  • La violazione degli obblighi di assistenza familiare nel nuovo codice penale, Napoli, Jovene, 1931.
  • Del reato abituale, continuato e permanente, Napoli, Jovene, 1933.
  • Sistema delle impugnazioni penali. Parte generale, Napoli, Jovene, 1935.
  • Il reato aberrante. Art. 82 e 83 cod. pen., Napoli, Jovene, 1940.
  • Lineamenti di diritto coloniale penale. Appunti alle lezioni, Milano, Giuffrè, 1942.
  • La riforma nel campo penale, Roma, IRCE, 1943.
  • Manuale per l'udienza penale, a cura di, Milano, Giuffrè, 1946.
  • Lineamenti di diritto processuale penale, 2 voll., Napoli, Jovene, 1950.
  • Manuale di procedura penale, Napoli, Jovene, 1960.
  • Trattato di diritto processuale penale, 3 voll., Napoli, Jovene, 1961.
  • Testimonianze, Milano, Mondadori, 1963.
  • Cinque mesi a Palazzo Chigi, Milano, Mondadori, 1964.
  • Intorno alla riforma del Codice di procedura penale. Raccolta di scritti, Milano, Giuffrè, 1964.
  • Istituzioni di diritto processuale penale, 2 voll., Napoli, Jovene, 1965.
  • Elementi di diritto e procedura penale, Napoli, Jovene, 1966.
  • Diritto processuale penale, Napoli, Jovene, 1968.
  • Manuale di diritto processuale penale, Napoli, Jovene, 1971.
  • La società italiana e le sue istituzioni. Messaggi e discorsi 1971-1975, Milano, Mondadori, 1975.
  • Il mio contributo alla Costituzione repubblicana, Roma, Cinque Lune, 1985.
  • Scritti giuridici, 2 voll., Napoli, Jovene, 1987.
  • Parole al vento. Discorsi tenuti al Senato durante la IX e X legislatura, Roma, Bardi, 1988.
  • Interventi e studi sul processo penale, Napoli, Jovene, 1990. ISBN 88-243-0856-2
  • Attualità di Enrico De Nicola, Napoli, Jovene, 1996. ISBN 88-243-1195-4

Note Edit

Template:References

Bibliografia Edit

  • Giovanni Conso, Giovanni Leone, giurista e legislatore con contributi di Cossiga, Caianello, Carulli, Casavola, Conso, De Luca, Gallo, Lefevre d'Ovidio, Maggi, Massa, Mencarelli, Pisani, Riccio, Siracusano, Vassalli, Giuffrè editore (2003)

Voci correlate Edit

Altri progetti Edit

Collegamenti esterni Edit

Predecessore Presidente della Repubblica Italiana Successore 30x30px
Giuseppe Saragat 29 dicembre 1971 - 15 giugno 1978 Sandro Pertini
Predecessore Presidente della Camera dei deputati Successore
Giovanni Gronchi 10 maggio 1955 - 11 giugno 1958
12 giugno 1958 - 15 maggio 1963
16 maggio 1963 - 21 giugno 1963
Brunetto Bucciarelli-Ducci
Predecessore Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana Successore 30x30px
Amintore Fanfani 21 giugno 1963 - 4 dicembre 1963 Aldo Moro I
Aldo Moro 24 giugno 1968 - 12 dicembre 1968 Mariano Rumor II

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