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Il liberalismo è un insieme di dottrine, definite in tempi e luoghi diversi durante l'età moderna e contemporanea, che pongono precisi limiti al potere e all'intervento dello stato, al fine di proteggere i diritti naturali, di salvaguardare i diritti di libertà e, di conseguenza, promuovere l'autonomia creativa dell'individuo.
Storicamente il liberalismo nasce come ideale che si affianca all'azione della borghesia nel momento in cui essa combatte contro le monarchie assolute e i privilegi dell'aristocrazia a partire dalla fine del XVIII secolo. Le matrici filosofiche del liberalismo sono il giusnaturalismo, il contrattualismo e l'illuminismo nella sua accezione individualistica e razionalistica.

Il liberalismo ha contribuito a definire la concezione moderna di società, intesa come somma ed espressione delle varietà e singolarità umane, concernenti sia l'ambito spirituale come la sfera materiale.
Inoltre il liberalismo è probabilmente la dottrina che ha più influenzato la concezione moderna della democrazia: si parla infatti di "liberaldemocrazia" in modo generico per indicare una moderna democrazia che non sia basata esclusivamente sulla volontà della maggioranza ma - anche e soprattutto - sul rispetto delle minoranze.

Storia Edit

Dall'inizio del XIX secolo, liberale cominciò a divenire equivalente di "favorevole al riconoscimento delle libertà individuali e politiche". La prima citazione in lingua inglese con questo significato risale al 1801. In senso moderno si ritiene che il termine liberalismo sia stato usato per la prima volta nel 1812 in Spagna nel parlamento regionale (Cortes) di Cadice. Le radici del liberalismo sono tuttavia molto più antiche. Possono essere trovate nelle dottrine giusnaturalistiche di John Locke, nelle teorie dei filosofi scozzesi David Hume e Adam Smith e nell'illuminismo francese.

John Locke e la Gloriosa Rivoluzione inglese Edit

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Il filosofo inglese John Locke può essere considerato a tutti gli effetti il precursore del liberalismo, così come la Seconda Rivoluzione inglese (Gloriosa Rivoluzione inglese) può essere vista come l'antecedente delle Rivoluzioni Liberali dell'inizio del XIX secolo. In Inghilterra l'imposizione di limiti al potere del sovrano avviene, a differenza che negli altri paesi europei, attraverso un processo storico graduale che viene fatto iniziare addirittura nel Medio Evo con la concessione della Magna Charta. Il passaggio dal feudalesimo allo Stato liberale avviene senza la mediazione dell'assolutismo monarchico, se si esclude il periodo di regno dei Tudor, caratterizzato da un notevole accentramento dei poteri nelle mani dei sovrani. Il tentativo della successiva dinastia degli Stuart di prolungare il sistema assolutistico con minore abilità portò allo scoppio della Prima Rivoluzione inglese, guidata dal leader anti-monarchico, ma non liberale, Oliver Cromwell. Dopo numerosi sconvolgimenti politici nel 1689 il Parlamento inglese riuscì a portare sul trono la dinastia degli Hannover che si impegnava a garantire al Parlamento stesso e ai cittadini inglesi una serie di diritti e libertà solennemente proclamati nel Bill of Rights. L'Inghilterra fu così il primo Stato al mondo ad essere governato da una monarchia costituzionale, la tipica forma di governo del liberalismo classico.

Nel 1690 Locke, che apparteneva al Partito Whig (più tardi chiamato Partito Liberale), pubblicò anonimo i Due Trattati sul Governo, che contenevano i principi fondamentali del liberalismo classico. Il filosofo britannico sviluppa il proprio pensiero partendo dalla teoria del contrattualismo (già avanzata da Thomas Hobbes e ripresa poi nel celebre Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau). Secondo Locke, nello Stato di natura tutti gli uomini sono uguali ed esercitano i propri diritti di natura (libertà, uguaglianza, proprietà e vita); diversamente da Hobbes però, egli ritiene che lo Stato di natura non sia una condizione di continua belligeranza ma di convivenza pacifica, in cui tuttavia l'esercizio dei diritti naturali è solo parziale poiché è limitato dal diritto punitivo esercitato discrezionalmente da ogni individuo. Perciò, nell'atto dell'istituire lo Stato civile, gli uomini non cedono al corpo politico alcun diritto, ma lo rendono tutore dei diritti di natura, delegando al Parlamento il potere di emanare leggi positive che regolino l'esercizio della forza a difesa d'ognuno. Le funzioni fondamentali dello Stato liberale divengono quindi quelle di tutelare la libertà, l'uguaglianza, la vita e la proprietà dell'individuo.[1] Inoltre, il pensiero liberale di Locke definisce una giustificazione etica della rivoluzione, il diritto di resistenza che ciascun individuo può e deve esercitare quando lo Stato agisce in contrasto con la volontà popolare od in contraddizione con i principi costituzionali.[2]

Liberalismo e illuminismo Edit

Il liberalismo è di solito considerato, insieme alla democrazia moderna, una filiazione dell'Illuminismo. Infatti esso si ispira agli ideali di tolleranza, libertà ed eguaglianza propri del movimento illuminista, contesta i privilegi dell'aristocrazia e del clero e l'origine divina del potere del sovrano.

Montesquieu (1689-1755) nella sua opera Lo Spirito delle Leggi fissa un altro punto fondamentale della dottrina politica liberale: la credenza nella separazione dei poteri (potere legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario) come garanzia contro l'arbitrio del potere statale. Immanuel Kant esprime il suo credo liberale parlando di "libertà, uguaglianza e indipendenza" come dei principi che devono reggere uno Stato civile.

Bisogna osservare comunque che non tutti gli illuministi sostennero concezioni politiche liberali. Voltaire e Jean-Jacques Rousseau, ad esempio, pur avendo influito sulla nascita del liberalismo non possono essere considerati liberali. Voltaire non è infatti interessato alla questione della rappresentanza politica e della divisione dei poteri: per lui l'ideale resta quello di un dispotismo illuminato retto da un re-filosofo saggio e tollerante. Rousseau, da parte sua, rifiuta la democrazia rappresentativa preferendo la democrazia diretta. La sua concezione della volontà generale alla quale i cittadini devono sottomettersi non sembra prevedere inoltre la tutela delle minoranze. Rousseau viene perciò considerato più il padre della democrazia che del liberalismo.

Diritti civili, Stato di diritto e costituzionalismo Edit

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John Locke coniò, come abbiamo visto, l'espressione che riassume la concezione liberale classica dei diritti individuali: "vita, libertà, proprietà". I diritti liberali per eccellenza sono quelli che oggi vengono chiamati diritti civili: tra essi ci sono la libertà di parola, di religione, l'habeas corpus, il diritto a un equo processo e a non subire punizioni crudeli o degradanti. La libertà di un individuo incontra un limite nella libertà di un altro individuo ma non può essere ristretta in nome di valori morali o religiosi in ciò che riguarda la sfera privata dell'individuo. A questi diritti si aggiungono le garanzie a tutela della proprietà privata, riassunte nel detto inglese no taxation without representation (solo le assemblee legislative hanno il diritto a tassare i sudditi).

Un altro punto irrinunciabile del liberalismo è infatti lo Stato di diritto: la legge emanata dalle assemblee legislative è l'unica deputata a stabilire i limiti della libertà individuale. Per John Locke, David Hume, Adam Smith e Immanuel Kant le caratteristiche che le leggi dovevano avere per poter essere rispettose della libertà erano:

  • l'essere norme generali applicabili a tutti, in un numero indefinito di circostanze future;
  • l'essere norme atte a circoscrivere la sfera protetta dell'azione individuale, assumendo con ciò il carattere di divieti piuttosto che di prescrizioni;
  • l'essere norme inseparabili dall'istituto della proprietà individuale.

Si sviluppa la consuetudine di fissare in un documento solenne questi diritti, sull'esempio del Bill of Rights inglese: le Carte dei diritti dei nuovi Stati americani indipendenti e i primi emendamenti alla Costituzione degli Stati Uniti d'America sono gli antenati degli elenchi di diritti previsti dalle Costituzioni ottocentesche e da quelle attuali.

Rivoluzioni liberali Edit

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La rivoluzione francese del 1789 e la maggioranza delle rivoluzioni della prima metà del XIX secolo sono dette rivoluzioni liberali: esse hanno infatti come scopo la concessione di una Costituzione che limiti i poteri del monarca, e hanno di solito a capo la borghesia benestante (per questo sono anche dette rivoluzioni borghesi). I pareri in proposito tuttavia non sono concordi; alcuni pensatori liberali come ad esempio Karl Popper, Marcello Pera, Lucio Colletti, vedono nella rivoluzione francese (e nel suo sostrato culturale prodotto dal pensiero di Voltaire e Rousseau) l'origine dei totalitarismi del Novecento.

Le colonie che daranno origine agli Stati Uniti d'America si trovano invece in un differente contesto politico. Il potere contro il quale si lotta non è una monarchia nazionale ma la Corona inglese. Inoltre la popolazione bianca degli Stati Uniti non è stratificata socialmente come quella europea: non esiste un'aristocrazia contro cui lottare né un clero organizzato (i coloni americani sono protestanti), né esiste una classe di veri e propri nullatenenti (proletariato) a causa dell'abbondanza di terreni. Anche la guerra d'indipendenza americana può essere vista come una rivoluzione liberale, ma facendo per queste ragioni le dovute distinzioni: essa non porta all'instaurazione di una monarchia costituzionale ma di una Repubblica.
Tra i documenti più celebri dell'epoca delle rivoluzioni liberali è necessario menzionare la Dichiarazione di Indipendenza Americana che, contrariamente alla filosofia di John Locke, indica come diritti naturali "vita, libertà e ricerca della felicità" e la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, emanata durante la Rivoluzione francese.

Stato liberale e Stato democratico Edit

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Lo Stato liberale classico che si instaura a seguito di queste rivoluzioni è lo Stato minimo, le cui funzioni sono limitate a compiti di difesa e ordine pubblico. Per lo più il diritto di voto era ristretto a coloro che hanno un certo livello di reddito (suffragio censitario) e che sapevano leggere e scrivere.
La costituzione dello Stato liberale è tipicamente breve e flessibile. (La Costituzione degli Stati Uniti d'America ancora una volta si differenzia, perché prevede un'elaborata procedura di revisione).
Lo Stato liberale si trasforma in alcuni paesi (Inghilterra) in Stato democratico attraverso un processo graduale. In altri paesi (Francia) la resistenza delle classi dominanti porta a scontri violenti (moti del '48, repressione della Comune di Parigi). Gli Stati Uniti costituiscono un caso a parte: i problemi che devono affrontare sono diversi da quelli dei paesi europei (più che una lotta tra classi sociali perché gli USA diventino una vera democrazia si pone la questione, che sarà risolta solo molto tempo dopo, di includere nel sistema politico gruppi discriminati come gli afroamericani e gli indiani d'America).

Critiche ottocentesche Edit

A partire dalla seconda metà del XIX secolo, proprio quando sembra aver trionfato, il liberalismo comincia ad essere oggetto di sferzanti critiche. Gli attacchi sono di segno diverso ma in genere partono da due assunti: il liberalismo avrebbe una "concezione parziale della libertà e dell'eguaglianza" e una "visione astratta e atemporale dell'individuo".

Un primo gruppo di critiche proviene dal nascente movimento socialista. Filosofi come Karl Marx osservano che i diritti dell'uomo sostenuti dai liberali non sono universali ma esprimono le esigenze di una determinata classe sociale (la borghesia) in un determinato momento storico (il passaggio dal feudalesimo al capitalismo). Perciò le classi dominanti non riconoscono a tutti i diritti politici e sono pronte anche a rifiutare la libertà di parola e di espressione a chi va contro i loro interessi. L'eguaglianza formale proclamata dai liberali non ha senso finché permangono enormi disuguaglianze economiche: "la libertà politica senza eguaglianza economica è un inganno, una frode, una bugia: e i lavoratori non vogliono bugie" nelle parole di un altro celebre rivoluzionario, l'anarchico Michail Bakunin. Marx nutre scarsa fiducia nella possibilità di strappare alla borghesia il potere utilizzando le istituzioni che essa stessa ha creato (i parlamenti, le elezioni) ma crede nella necessità di un rivolgimento rivoluzionario: da esso emergerà un sistema economico che renda possibile la piena emancipazione degli individui.

Il romanticismo, con la sua reazione contro l'illuminismo, critica l'universalismo liberale e mette al centro della politica l'idea di nazione. Gli uomini non sono più "uguali" ma segnati dalle differenti identità culturali e dall'appartenenza al corpo nazionale. In alcune versioni la dottrina nazionalista non mette in crisi l'idea di un'uguaglianza di diritti fra gli esseri umani. Spesso però è presente l'idea della superiorità di un popolo sugli altri (ad esempio nel nazionalismo tedesco) mentre le idee razziste, avanzate in Inghilterra da Joseph Arthur de Gobineau, vengono usate come giustificazione per l'espansione imperialista europea.

La visione quasi sacrale dello Stato presente nella filosofia di Hegel, ripresa da numerosi filosofi storicisti, viene anch'essa a volte usata contro il liberalismo, per dare una nuova giustificazione alla subordinazione dell'individuo al potere politico. Questo nonostante Hegel fosse personalmente favorevole alla rivoluzione francese e ai principi di libertà.

Continua poi a mantenere una certa ostilità verso il liberalismo, anche se in maniera via via più sfumata, la Chiesa cattolica. Anche quando accettano le regole del sistema liberale i primi partiti cattolici, che nascono all'inizio del XX secolo, si fanno portatori di una visione del mondo molto differente. Essi contrappongono all'individualismo liberale la visione di una società articolata in "corpi intermedi" e rapporti solidaristici. Se in materia economica presentano programmi a volte socialmente avanzati, ripresi in parte da quelli socialisti, continuano a opporsi all'estensione delle libertà individuali, specialmente nella sfera del diritto familiare.

Una critica molto seria è quella portata dal Premio Nobel per l'economia Amartya Sen, il quale nel 1970 ha dimostrato matematicamente l'impossibilità del rispetto contemporaneo del liberismo e dell'efficienza paretiana. Questa sua dimostrazione, nota come paradosso di Sen, è stata seguita dallo sviluppo di una teoria sociale scevra da tale paradosso, teoria per cui Sen ha ricevuto il Nobel nel 1998.

Risposte ed evoluzione del pensiero liberale Edit

Alcuni filosofi rispondono alle accuse rivolte dai socialisti alla loro concezione cercando di accogliere una parte delle obiezioni e di arrivare a una mediazione tra le due dottrine. Tali filosofi riconoscono cioè la necessità di riforme in alcuni settori della società, specialmente per ridurre le disuguaglianze sociali. Attualmente diversi ideologi e politici che credono nel liberalismo e liberismo ritengono che il problema demografico sia urgentemente da risolvere per il bene comune. Difatti la popolazione umana continua a crescere in modo notevole soprattutto nei Paesi più poveri quindi, secondo tali studiosi, l'unica soluzione è il controllo delle nascite nel mondo intero poiché non ci sono abbastanza cibo ed energia per tutti. Tale squilibrio tra popolazione e sussistenze alimentari nonché energetiche per le varie industrie fu teorizzato per primo dall'economista inglese Thomas Robert Malthus. Infatti la legge di Malthus, formulata nel Saggio sul principio di popolazione (1798), considera che la popolazione tende ad accrescersi in progressione geometrica, mentre i mezzi di sussistenza possono crescere soltanto in progressione aritmetica. Inoltre gli studiosi valutano che ci sia un limite ai consumi quindi ai rifiuti prodotti che in enorme quantità possono danneggiare notevolmente il nostro pianeta.

Definizione Edit

Si può dire ad ogni modo che ciò che contraddistingue il liberalismo politico in ogni epoca storica è la fede nell'esistenza di diritti fondamentali e inviolabili facenti capo all'individuo e l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge (eguaglianza formale). Il punto di vista dell'individuo e il godimento della libertà individuale è considerato il parametro valido per giudicare la bontà di un ordinamento politico/sociale. In quest'ottica i poteri dello Stato devono incontrare limiti ben precisi per non ledere i diritti e le libertà dei cittadini. Ne può derivare, di volta in volta, il rifiuto dell'assolutismo monarchico, del clericalismo, del totalitarismo e in generale di ogni dottrina che proclama il sacrificio dell'individuo in nome di fini esterni a esso.

Il risvolto del liberalismo in materia religiosa è la Laicità e la separazione tra Stato e Chiesa: Template:Quote La dottrina liberale, di conseguenza, è da intendersi laica in quanto chiede allo Stato di non interferire nelle scelte specificamente morali, queste infatti sono attribuite al libero arbitrio del singolo individuo: Template:Quote

Liberalismo e democrazia Edit

Il liberalismo classico è essenzialmente una dottrina dei limiti del potere politico. Il problema di chi debba avere questo potere nelle proprie mani è invece l'oggetto della riflessione della democrazia: la democrazia nel suo spirito originario richiede che il potere politico sia fatto derivare dal popolo e che esso lo eserciti direttamente o attraverso rappresentanti eletti, ma non si preoccupa di evitare la concentrazione del potere né di tutelare le minoranze. Allo stesso modo, come vedremo, nello Stato Liberale dell'800 un'ampia fetta della popolazione è esclusa dal potere politico e dal diritto di eleggere i propri rappresentanti. Con la trasformazione degli Stati liberali in Stati democratici la distinzione è andata sfumando. Le democrazie moderne sono anche dette liberaldemocrazie perché combinano il principio della sovranità popolare con la tutela dei diritti liberali e con la divisione dei poteri prevista da Montesquieu.

Liberalismo e liberismo Edit

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La lingua italiana pone una distinzione tra liberalismo e liberismo: mentre il primo è una teorizzazione politica, il secondo è una dottrina economica che teorizza il disimpegno dello Stato dall'economia: perciò un'economia liberista pura è un'economia di mercato non temperata da interventi esterni.

La lingua francese parla di libéralisme politique e libéralisme économique (quest'ultimo chiamato anche laissez-faire, lett. lasciate fare), lo spagnolo di liberalismo social e liberalismo económico. La lingua inglese parla di free trade (libero commercio) ma usa il termine liberalism anche per riferirsi al liberismo economico. Neo-liberalism (in italiano neoliberismo) è il termine usato dagli opponenti del liberismo per indicare la politica sostenuta da Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Sebbene i neoliberisti si proclamino talvolta i veri eredi del liberalismo classico molti hanno contestato questa pretesa e ritengono che i neoliberisti possano piuttosto essere collocati tra i conservatori (al Partito Conservatore inglese apparteneva infatti la Thatcher).

La formulazione della dottrina liberista si deve ad Adam Smith e al suo saggio La Ricchezza delle Nazioni. Le idee di Smith furono entusiasticamente accolte dai primi liberali. Il liberalismo classico era espressione di un'élite borghese legata al mondo del commercio e degli affari che si opponeva al protezionismo e al mercantilismo imposti dalle monarchie dell'epoca. Secondo questi pensatori i compiti dello Stato sarebbero dovuti venire ridotti al minimo indispensabile (funzione giurisdizionale, difesa, ordine pubblico).

Il filosofo ed economista inglese John Stuart Mill fu tra i primi a ritenere che esistesse una distinzione tra le due dottrine e considerò le proprie posizioni liberiste non il frutto di una posizione di principio ma della convinzione pragmatica che quel sistema economico fosse più efficiente e produttivo. Se tuttavia ciò fosse stato nell'interesse degli individui che compongono la società, lo Stato avrebbe avuto ogni diritto di intervenire nell'economia. A differenza di John Locke Mill non considerava la proprietà privata un diritto naturale ma, influenzato dai suoi contemporanei socialisti riteneva che essa fosse storicamente frutto di un "furto". Il punto di vista di Mill fu condiviso da un economista interventista come John Maynard Keynes (che criticò il laissez-faire considerandolo un'eredità di tempi passati, ma a dispetto di questo continuò a definirsi liberal) e da un filosofo storicista come Benedetto Croce.

La tesi della non-coincidenza tra liberalismo e liberismo trova un'ulteriore giustificazione nel fatto che nella prassi politica del XX secolo ci sono stati regimi liberisti da un punto di vista economico ma tutt'altro che liberali da un punto di vista politico (per esempio il Cile di Augusto Pinochet) mentre alcuni movimenti (come l'eurocomunismo) hanno sostenuto una visione economica collettivistica pur schierandosi per la salvaguardia dei diritti liberali.

Tuttavia anche nel XX secolo alcuni pensatori liberali hanno continuato a sostenere il liberismo come parte irrinunciabile della loro dottrina. Tra questi si possono citare l' economista e filosofo Luigi Einaudi e i Premi Nobel per l'economia Friedrich von Hayek (1974) e Milton Friedman (1976).

La frattura tra i liberali che continuano a rifiutare l'intervento dello Stato nell'economia e quelli che adottano una posizione neutrale o addirittura lo auspicano si collega alla differente reazione alla crisi del liberalismo e alla definizione che si sceglie di dare di libertà: se è intesa solo come non-interferenza di un potere esterno (libertà negativa) o se in senso più ampio è libertà di fare determinate cose (libertà positiva). Nonostante queste ambiguità residue, qui ci occupiamo soltanto di liberalismo in senso politico.

Liberalismo e globalizzazione Edit

Al liberale piace l'integrazione economica tra i diversi Stati nazionali (o globalizzazione economica), perché permette agli individui di disporre di un più ampio ventaglio di scelte. Non accetta, invece, l'integrazione politica (o globalizzazione giuridica) perché considera l'intervento dello Stato un arbitrio. Un presupposto del liberalismo, infatti, è che lo Stato quando agisce può limitare fortemente i seguenti diritti individuali:

  • alla vita (attraverso la regolamentazione);
  • alla libertà (col diritto positivo);
  • e alla proprietà (attraverso la tassazione).

Secondo i liberali, infatti, i diritti alla vita, alla proprietà e alla libertà appartengono solo all'uomo.

Il "paradosso statunitense" Edit

A proposito del liberalismo come concepito dai suoi fondatori, che ha invece un'identità piuttosto chiara, parleremo di liberalismo classico (o puro). È necessario infine ricordare che negli Stati Uniti, il termine liberal ha una sfumatura di significato diversa e marcatamente incline al liberalismo sociale, specie in campo etico: potrebbe essere tradotto con progressista o socialdemocratico (soprattutto in campo economico-sociale) piuttosto che con liberale. Sembra che l'uso della parola liberal per definire se stessi da parte degli ex-sostenitori del New Deal negli USA sia stato dovuto al fatto che il maccartismo aveva reso la parola socialista segno di sospette simpatie sovietiche.

Tale precisazione, tuttavia, investe soprattutto la sfera economica, in particolare riguardo al ruolo ed alla funzione dello Stato sociale, essendo un liberale nordamericano in tutto e per tutto simile ad un liberale europeo riguardo alla difesa dei diritti umani, civili e politici e delle libertà.

Per indicare il termine liberalismo negli Stati Uniti si usa il termine "Libertarianism".

Filoni del liberalismo Edit

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Dal secondo dopoguerra, fino al giorno d'oggi all'interno del filone culturale liberale si possono distinguere due aree principali: il liberalismo conservatore (FDP tedesco, VVD olandese, Venstre danese, i Repubblicani e DL in Francia, il vecchio PLI in Italia etc.) e il liberalismo sociale (D66 olandesi, RV danese, PRG francese, il vecchio PRI e il PR in Italia, etc.). Oltre a questi gruppi vanno rammentati i partiti centristi e liberali di stampo agrario forti nei Paesi scandinavi e baltici, nonché quei partiti che si pongono in una posizione mediana tra i liberali conservatori e i liberali sociali (VLD belga, LFP svedese, gli attuali Radicali in Italia, etc.).

Il termine liberale rimane però riferito ai movimenti liberali in genere, cioè a tutti coloro che mantengono i caratteri liberali sia in economia sia nel campo sociale seppure con diverse sfumature.

Citazioni Edit

Altri filosofi e uomini politici hanno tuttavia continuato a sostenere che liberalismo e liberismo fossero inseparabili, in opposizione in particolare al socialismo. Possiamo citare Luigi Einaudi che ne Il Buongoverno (pubblicato nel 1954, pag. 118) scrisse:

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L'economista Premio Nobel del 1974 Friedrich von Hayek definisce il socialismo Template:Quote I liberali che teorizzano il liberismo economico come parte irrinunciabile della loro dottrine si situano al giorno d'oggi in genere tra i conservatori. I liberali che privilegiano il tema dei diritti civili privilegiano invece un'area progressista.
In tempi più recenti alcuni pensatori si sono autodefiniti liberali senza sposare un approccio economico liberista: ad esempio l'economista John Maynard Keynes in Inghilterra criticò il laissez-faire ma continuò a sostenere il Partito liberale inglese, Template:Citazione necessaria A proposito di Gobetti e dei militanti antifascisti di Giustizia e Libertà si è anche coniato il termine liberalsocialismo per indicare l'operazione di sintesi che questi pensatori tentavano di fare tra socialismo e liberalismo. La corrente del liberalismo che nega l'importanza del liberismo si situa in genere politicamente al centro-sinistra.

Template:Quote Per chi condivide il punto di vista di Mill, mentre il liberalismo politico è una filosofia, il liberismo ha carattere empirico e il libero mercato è visto con favore solo se realizza gli obiettivi etico-politici propri del liberalismo politico.

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Bibliografia Edit

Note Edit

  1. John Locke, Il secondo trattato sul governo, BUR, Milano, 2007, capitoli II-IX.
  2. John Locke, op. cit., capitolo XIX.

Voci correlate Edit

Altri progetti Edit

Collegamenti esterni Edit

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