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Sandro Pertini
Pertini ritratto


VII Presidente della Repubblica Italiana
Durata mandato 9 luglio 1978 –
29 giugno 1985
Predecessore Giovanni Leone
Successore Francesco Cossiga

Presidente della Camera dei deputati
Durata mandato 5 giugno 1968 –
4 luglio 1976
Predecessore Brunetto Bucciarelli-Ducci
Successore Pietro Ingrao

Senatore a vita
Durata mandato 29 giugno 1985 –
24 febbraio 1990

Dati generali
Partito politico Partito Socialista Italiano
Titolo di studio Laurea in giurisprudenza e in scienze politiche
Alma mater Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
Firma Firma di Sandro Pertini
on. Alessandro Pertini
Assemblea costituente
Partito Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria
Gruppo Socialista
Incarichi parlamentari
Pagina istituzionale
Parlamento italiano
Senato della Repubblica
Legislatura I, IX, X
Gruppo Partito Socialista Italiano
Senatore a vita
Investitura Senatore di diritto
Data 29 giugno 1985
Incarichi parlamentari
Pagina istituzionale
Parlamento italiano
Camera dei deputati
Luogo nascita San Giovanni (Stella)
Data nascita 25 settembre 1896
Luogo morte Roma
Data morte 24 febbraio 1990 (Template:Età anni)
Legislatura II, III, IV, V, VI, VII
Gruppo Partito Socialista Italiano
Circoscrizione Genova - Imperia - La Spezia - Savona
Incarichi parlamentari

Presidente della Camera dei deputati (5 giugno 1968 – 25 maggio 1976)

Pagina istituzionale

[[Categoria:Template:Bio/plurale attività Template:Bio/plurale nazionalità]][[Categoria:Template:Bio/plurale attività Template:Bio/plurale nazionalità]][[Categoria:Template:Bio/plurale attività Template:Bio/plurale nazionalità]]Template:Bio/catnatimortiCategoria:BioBot Alessandro Pertini detto Sandro (San Giovanni di Stella, 25 settembre 1896 – Roma, 24 febbraio 1990) è stato Template:Bio/articolo[[Template:Bio/link attività|politico]], [[Template:Bio/link attività|giornalista]]Template:Bio/eufonica [[Template:Bio/link attività|antifascista]] [[Template:Bio/link nazionalità|italiano]]. Fu il settimo presidente della Repubblica Italiana, in carica dal 1978 al 1985, il secondo socialista (dopo Giuseppe Saragat) a ricoprire la carica.

Durante la prima guerra mondiale, Pertini combatté sul fronte dell'Isonzo, e per diversi meriti sul campo gli fu conferita una medaglia d'argento al valor militare nel 1917. Congedato con il grado di capitano, nel dopoguerra aderì al Partito Socialista Italiano e si distinse per la sua energica opposizione al fascismo. Perseguitato per il suo impegno politico contro la dittatura di Mussolini, nel 1925 fu condannato a otto mesi di carcere, e quindi costretto a un periodo di esilio in Francia per evitare una seconda condanna. Continuò la sua attività antifascista anche all'estero e per questo, dopo essere rientrato sotto falso nome in Italia nel 1929, fu arrestato e condannato dal Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato prima alla reclusione e successivamente al confino.

Nel 1943, alla caduta del regime fascista, fu liberato, e partecipò alla battaglia di Porta San Paolo nel tentativo di difendere Roma dall'occupazione tedesca. Contribuì poi a ricostruire il vecchio PSI fondando insieme a Pietro Nenni il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Nello stesso anno fu catturato dalle SS e condannato a morte, ma riuscì a salvarsi grazie a un intervento dei partigiani delle Brigate Matteotti.

Divenne in seguito una delle personalità di primo piano della Resistenza italiana e fu membro della giunta militare del Comitato di Liberazione Nazionale in rappresentanza del PSIUP. Da partigiano fu attivo soprattutto a Roma, in Toscana, Val d'Aosta e Lombardia, distinguendosi in diverse azioni che gli valsero una medaglia d'oro al valor militare. Nell'aprile 1945 partecipò agli eventi che portarono alla liberazione dal nazifascismo, organizzando l'insurrezione di Milano, e votando il decreto che condannò a morte Mussolini e altri gerarchi fascisti.

Nell'Italia repubblicana fu eletto deputato all'Assemblea Costituente per i socialisti, quindi senatore nella prima legislatura e deputato in quelle successive, sempre rieletto dal 1953 al 1976. Ricoprì per due legislature consecutive, dal 1968 al 1976, la carica di Presidente della Camera dei deputati, per essere infine eletto Presidente della Repubblica Italiana l'8 luglio 1978.

Andando spesso oltre il semplice ruolo istituzionale, il suo mandato presidenziale fu caratterizzato da una forte impronta personale che gli valse una notevole popolarità, tanto da essere spesso ricordato come il "presidente più amato dagli italiani".[1][2][3]

La gioventù Edit

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Nacque da una famiglia benestante (il padre Alberto, che morì giovane, era proprietario terriero), quarto di cinque fratelli: il primogenito Luigi, pittore; Marion, che sposò un diplomatico italiano; Giuseppe, detto "Pippo", ufficiale di carriera; ed Eugenio, che durante la seconda guerra mondiale fu deportato e morì nel campo di concentramento di Flossenbürg.

Sandro Pertini, molto legato alla madre Maria Muzio, fece i suoi primi studi presso il collegio dei salesiani "Don Bosco" di Varazze, e successivamente al Liceo Ginnasio "Gabriello Chiabrera" di Savona, dove ebbe come professore di filosofia Adelchi Baratono, socialista riformista e collaboratore di Critica Sociale di Filippo Turati, che contribuì ad avvicinarlo al socialismo ed agli ambienti del movimento operaio ligure[4]. Del professor Baratono Pertini conserverà un insegnamento al quale rimarrà fedele: Template:Quote

Nel 1915, allo scoppio della Grande Guerra, venne chiamato alle armi nel 25º reggimento di artiglieria da campagna e inviato sul fronte dell'Isonzo nell'aprile di due anni dopo. Seppur diplomato, prestò inizialmente servizio come soldato semplice, essendosi rifiutato, come molti altri socialisti neutralisti del periodo, di fare il corso per ufficiali. Nel 1917 tuttavia, a seguito di una direttiva del Cadorna che obbligava tutti i possessori di titolo di studio a prestare servizio come ufficiali, frequentò il corso a Peri di Dolcè.[5]

Venne dunque inviato nuovamente sull'Isonzo come sottotenente di complemento, distinguendosi per alcuni atti di eroismo: fu decorato con la medaglia d'argento al valor militare per aver guidato, nell'agosto del 1917, un assalto al monte Jelenik durante la battaglia della Bainsizza.

Tuttavia, dopo la guerra, congedato con il grado di capitano, non gli fu consegnata la decorazione poiché il regime fascista occultò tale merito a causa della sua militanza socialista[6].

Nel 1918, a guerra finita, Sandro Pertini si iscrisse al Partito Socialista Italiano, nella federazione di Savona, aderendo alla corrente riformista di Filippo Turati. Nell'ottobre 1920 venne eletto consigliere comunale di Stella e nel 1921 fu tra i delegati al Congresso socialista di Livorno che sancì la scissione del partito e la nascita del Partito Comunista d'Italia[7]. Nel 1922 aderì infine alla scissione della corrente turatiana per aderire al neonato Partito Socialista Unitario[5].
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Pertini nei primi anni venti.

Dopo aver sostenuto dodici esami a Genova, nel 1923 si iscrisse, ventisettenne, alla facoltà di giurisprudenza dell'ateneo di Modena: qui sostenne in tre mesi i rimanenti sei esami e si laureò (105 su 110) con una tesi su L'industria siderurgica in Italia[8].

In seguito si trasferì a Firenze, ospite del fratello Luigi, e si iscrisse all'Istituto Universitario "Cesare Alfieri" conseguendo nel 1924 la seconda laurea, in scienze sociali, con una tesi dal titolo La Cooperazione. A Firenze, entrò in contatto con gli ambienti dell'interventismo democratico e socialista vicini a Gaetano Salvemini, ai fratelli Rosselli e a Ernesto Rossi, e in quel periodo aderì al movimento di opposizione al fascismo "Italia Libera".

L'antifascismo Edit

La prima condanna Edit

Ostile fin dall'inizio al regime fascista, per la sua attività politica fu spesso bersaglio di aggressioni squadriste: il suo studio di avvocato a Savona fu devastato diverse volte[9], mentre in un'altra occasione fu picchiato perché indossava una cravatta rossa, oppure ancora per aver deposto una corona di alloro dedicata alla memoria di Giacomo Matteotti[10]. Il 22 maggio 1925 venne arrestato per aver distribuito un opuscolo clandestino, stampato a sue spese, dal titolo Sotto il barbaro dominio fascista[5], in cui denunciava le responsabilità della monarchia verso l'instaurazione del regime fascista, le illegalità e le violenze del fascismo stesso, nonché la sfiducia nell'operato del Senato del Regno, composto in maggioranza da filofascisti, chiamato a giudicare in Alta Corte di Giustizia l'eventuale complicità del generale Emilio De Bono riguardo all'omicidio di Giacomo Matteotti.Template:Nota

In seguito a questo, fu aperto a suo nome un fascicolo al Casellario Politico Centrale[11] e venne accusato di «istigazione all'odio tra le classi sociali» secondo l'articolo 120 del Codice Zanardelli, oltre che dei reati di stampa clandestina, oltraggio al Senato e lesa prerogativa della irresponsabilità del re per gli atti di governo.

Pertini, sia nell'interrogatorio dopo l'arresto, sia in quello condotto dal procuratore del Re, nonché all'udienza pubblica davanti al Tribunale di Savona, rivendicò il proprio operato assumendosi ogni responsabilità e dicendosi disposto a proseguire nella lotta contro il fascismo e per il socialismo e la libertà, qualunque fosse la condanna a cui andava incontro[12].

Fu condannato, il 3 giugno 1925, a otto mesi di detenzione e al pagamento di un'ammenda per i reati di stampa clandestina, oltraggio al Senato e lesa prerogativa regia, ma fu assolto per l'accusa di istigazione all'odio di classe. La condanna non attenuò la sua attività, che riprese appena liberato.

Nel novembre 1926, dopo il fallito attentato di Anteo Zamboni a Mussolini, come altri antifascisti in tutta Italia, fu oggetto di nuove violenze da parte dei fascisti (il 31 ottobre 1926, dopo un comizio, durante un'aggressione di squadristi gli era stato spezzato il braccio destro[7]) e si trovò costretto ad abbandonare Savona per riparare a Milano. Il 4 dicembre 1926, in applicazione delle cosiddette leggi eccezionali "fascistissime", Pertini, definito «un avversario irriducibile dell'attuale Regime», venne assegnato al confino di polizia per la durata di cinque anni, il massimo della pena previsto dalla legge[13].

L'esilio ed il periodo clandestino Edit

Per sfuggire alla cattura, il 12 dicembre 1926, da Milano espatriò clandestinamente verso la Francia assieme a Filippo Turati, con l'aiuto di Carlo Rosselli, Ferruccio Parri e Adriano Olivetti[14]. La fuga avvenne con una traversata in motoscafo guidato da Italo Oxilia[15] da Savona verso la Corsica; gli altri componenti del gruppo furono comunque arrestati e processati al loro rientro in Italia e gli stessi Pertini e Turati furono condannati in contumacia a dieci mesi di arresto[16].

Dopo aver passato alcuni mesi a Parigi, si stabilì definitivamente a Nizza, mantenendosi con lavori diversi (dal manovale al muratore e fino alla comparsa cinematografica), e divenne un esponente di spicco tra gli esiliati, svolgendo attività di propaganda contro il regime fascista, con scritti e conferenze, nonché partecipando alle riunioni della "'Lega Italiana dei Diritti dell'Uomo" e a quelle della "Concentrazione Antifascista"[17].

Nell'aprile del 1926 impiantò, in un villino preso in affitto ad Eza, vicino Nizza, una stazione radio clandestina allo scopo di mantenersi in corrispondenza con i compagni in Italia, per potere comunicare e ricevere notizie; ottenne i fondi dalla vendita di una sua masseria in Italia. Scoperto dalla polizia francese, subì un procedimento penale e fu condannato a un mese di reclusione, pena poi sospesa con la condizionale, dietro il pagamento di un'ammenda[18].

Il suo esilio francese terminò nel marzo 1929, quando partì da Nizza e, munito di passaporto falso portante la sua fotografia ed intestato al nome del cittadino svizzero Luigi Roncaglia, varcò la frontiera dalla stazione di Chiasso il 26 marzo 1929 e rientrò in Italia.

Il rientro in Italia, la cattura ed il carcere Edit

Il suo scopo era quello di riorganizzare le file del partito socialista e stabilire contatti con gli altri partiti antifascisti, tra cui i democratici di "Nuova Libertà".

In contatto con gli antifascisti della "Concentrazione", visitò Novara, Torino, Genova, La Spezia, Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Bologna, Roma, Firenze e Napoli, ed alla fine, nelle relazioni inviate a Parigi, comunicò che era possibile potenziare la rete socialista. Conclusione diversa da quella pessimista di Fernando De Rosa, che aveva viaggiato attraverso la penisola prima di lui.[19]

Si recò in seguito a Milano per progettare un attentato alla vita di Mussolini, ed incontrò a questo scopo l'ingegner Vincenzo Calace che, come dichiarò in seguito, «gli confidò di essere in grado di costruire bombe a orologeria ad alto potenziale». Il progetto prevedeva di servirsi delle fognature sotto Palazzo Venezia, ma fu scartato poiché attraverso amici di Ernesto Rossi si scoprì che erano sorvegliate e protette da allarmi. Pertini tentò comunque di proseguire nel suo intento: incontrò a Roma il socialista Giuseppe Bruno per raccogliere informazioni e, una volta rientrato a Milano, fissò un incontro con Rossi.[20] Il 14 aprile 1929 andò a Pisa per incontrarlo ma, in corso Vittorio Emanuele (attuale corso Italia), fu riconosciuto per caso da un esponente fascista di Savona, tale Icardio Saroldi, e fu quindi arrestato da un piccolo gruppo di camicie nere[18][21][22].

Il 30 novembre 1929 fu condannato dal Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato a dieci anni e nove mesi di reclusione e a tre anni di vigilanza speciale, per aver «svolto all'estero attività tali da recare nocumento agl'interessi nazionali», nonché per «contraffazione di passaporto straniero»[17]. Durante il processo Pertini rifiutò di difendersi, non riconoscendo l'autorità di quel tribunale e considerandolo solo un'espressione di partito, esortando invece la corte a passare direttamente alla condanna già stabilita. Durante la pronuncia della sentenza si alzò gridando: «Abbasso il fascismo! Viva il socialismo!»[7].

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Template:Nota Fu internato nel carcere dell'isola di Santo Stefano, ma dopo poco più di un anno di detenzione, il 10 dicembre 1930, fu trasferito, a causa delle precarie condizioni di salute, alla casa penale di Turi. A causare il trasferimento non fu estranea una campagna di proteste e denunce all'estero, in particolare in Francia, dopo che alcune notizie sulla sua salute erano trapelate all'esterno, grazie ad alcuni compagni di carcere comunisti[23].

A Turi, unico socialista recluso, condivise la cella con Athos Lisa e Giovanni Lai. Conobbe inoltre Antonio Gramsci, al quale fu stretto da grande amicizia e ammirazione intellettuale e dalla condivisione delle sofferenze della reclusione: ne divenne confidente, amico e sostenitore. Pertini stesso fu anche autore di diverse proteste e lettere finalizzate ad alleviare le condizioni carcerarie cui era sottoposto Gramsci[7].

Nell'aprile del 1932 fu trasferito presso il sanatorio giudiziario di Pianosa ma, nonostante il trasferimento, le sue condizioni di salute non migliorarono ancora, al punto che la madre presentò domanda di grazia alle autorità. Pertini, non riconoscendo l'autorità fascista e quindi il tribunale che lo aveva condannato, si dissociò pubblicamente dalla domanda di grazia con parole molto dure, sia per la madre che per il presidente del Tribunale Speciale[7][24].

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Il 10 settembre 1935, dopo sei anni di prigione, venne trasferito a Ponza come confinato politico[25] e il 20 settembre 1940, pur avendo ormai scontato la sua condanna, giudicato «elemento pericolosissimo per l'ordine nazionale», venne riassegnato al confino per altri cinque anni da trascorrere a Ventotene[26] dove incontrò, tra gli altri, Altiero Spinelli, Umberto Terracini, Pietro Secchia ed Ernesto Rossi.

Nel 1938, gli fu dedicata la tessera del PSI, assieme a Rodolfo Morandi e a Antonio Pesenti, prigionieri anche loro nelle carceri fasciste[27].

La Resistenza partigiana Edit

Il ritorno alla libertà e alla lotta Edit

Riacquistò la libertà solo il 13 agosto 1943, pochi giorni dopo la caduta del fascismo. Inizialmente il provvedimento avrebbe dovuto escludere i confinati comunisti; Pertini si adoperò comunque per ottenere in breve tempo anche la loro liberazione[28][29].

Andò a far visita alla madre e poi ritornò subito a Roma, per contribuire alla ricostruzione del partito socialista e riprendere la lotta antifascista; il 23 agosto partecipò infatti alla fondazione del PSIUP dall'unione del PSI con il MUP, con Pietro Nenni come segretario[30]. Il 25 fu eletto con Carlo Andreoni vicesegretario, per occuparsi dell'organizzazione militare del partito a Roma. In seguito fece parte della giunta militare del CLN con Giorgio Amendola (PCI), Riccardo Bauer (PdA), Giuseppe Spataro (DC), Manlio Brosio (PLI) e Mario Cevolotto (DL).

Pochi giorni dopo l'8 settembre, partecipò ai combattimenti contro i tedeschi a Porta San Paolo per la difesa di Roma, insieme a Luigi Longo, Emilio Lussu e Giuliano Vassalli[28].

Sandro Pertini e Giuseppe Saragat

Sandro Pertini e Giuseppe Saragat in una foto del 1979

Il 15 ottobre, nuovamente in clandestinità, venne tuttavia catturato dalle SS, assieme a Giuseppe Saragat, e condannato a morte per la sua attività partigiana, ma la sentenza non venne eseguita grazie all'azione dei partigiani delle Brigate Matteotti che, il 25 gennaio 1944, permise la loro fuga dal carcere di Regina Coeli. L'azione, dai connotati rocamboleschi, fu ideata e diretta da Giuliano Vassalli, che si trovava presso il tribunale militare italiano, con l'aiuto di diversi partigiani socialisti, tra cui Giuseppe Gracceva, Massimo Severo Giannini, Filippo Lupis, Ugo Gala e il medico del carcere Alfredo Monaco[31][32]. Si riuscì così prima a far passare Saragat e Pertini dal "braccio" tedesco a quello italiano e quindi a produrre degli ordini di scarcerazione falsi, redatti dallo stesso Vassalli, per la loro liberazione (a conferma dell'ordine arrivò anche una falsa telefonata dalla questura, fatta da Marcella Monaco, moglie di Alfredo Monaco[33]). I due furono dunque scarcerati insieme a Luigi Andreoni e a quattro ufficiali badogliani. Pertini stesso narrò in seguito questi fatti anche in un'intervista rilasciata ad Oriana Fallaci nel 1973, aggiungendo che dovette impuntarsi per far uscire insieme a lui e Saragat anche i badogliani e che quando Nenni lo seppe sbottò: «Ma fate uscire Peppino! Sandro il carcere lo conosce, c'è abituato».[34]

L'azione di via Rasella Edit

Template:Vedi anche

File:Bundesarchiv Bild 101I-312-0983-10, Rom, Soldaten vor Gebäude.jpg

Dopo un sanguinoso attacco condotto il 10 marzo 1944 dai GAP contro una colonna fascista in via Tomacelli, gli altri partiti del CLN si congratularono con i comunisti per l'audace azione condotta nel cuore di Roma[35]. Il successo delle azioni partigiane dei mesi precedenti portò quindi alla comune decisione di colpire nuovamente e più duramente i nazifascisti. In questo contesto, scrisse in seguito Amendola, «Pertini, che mordeva il freno e che, nel suo ben noto patriottismo di partito, era geloso delle prove crescenti di capacità e di audacia date dai Gap, chiese che si concordasse un'azione armata unitaria».

Fu pertanto concordato un attacco contemporaneo contro il carcere di via Tasso e contro il corteo fascista previsto per il 23 marzo, anniversario della fondazione del Fascio. L'annullamento all'ultim'ora del corteo fascista[36] e il ritardo nel pianificare l'assalto a via Tasso indussero i GAP, guidati da Amendola[37], ad attuare comunque un'azione da essi pianificata autonomamente e prevista per il 21 marzo[38]. Di tale azione gli altri membri della giunta del CLN (tra cui lo stesso Pertini) non furono informati preventivamente per «ragioni di sicurezza cospirativa», secondo quanto dichiarato dallo stesso Amendola[39].

Il 23 marzo 1944 fu così eseguito l'Attentato di via Rasella, cui i tedeschi reagirono (appena 21 ore dopo, il 24) con l'eccidio delle Fosse Ardeatine.

Tre giorni dopo, il 26 marzo, una volta nota l'entità dell'eccidio, la giunta militare del CLN fu sul punto di spaccarsi: Amendola voleva che il comitato approvasse ufficialmente l'azione, ma il democristiano Spataro si oppose e chiese al contrario di emanare un comunicato di dissociazione. Pertini, per motivi opposti, adirato protestò per non essere stato avvertito[40], essendo previste proprio per quel giorno, carico di significato politico, le suddette azioni comuni. A quel punto, a fronte di possibili ripercussioni sulla coesione del CLN[41][42], Pertini, Bauer e Brosio respinsero la proposta di Spataro, ma la giunta non accolse neanche la richiesta del rappresentante comunista[37][43].

Per il suo ruolo di membro della giunta militare del CLN, nel 1948 Pertini fu chiamato a testimoniare, insieme a Bauer ed Amendola, al processo di Herbert Kappler (il responsabile della strage delle Fosse Ardeatine). Al processo i tre confermarono che l'attacco fu conforme alle disposizioni del CLN.[44]

Nel 1977, Pertini ribadì in un'intervista sia la sua estraneità alla decisione di sferrare l'attacco, sia la sua adesione alla stessa una volta realizzata[45][46]: Template:Quote

Anche Riccardo Bauer, in alcuni scritti raccolti da Arturo Colombo nel 1997, dichiarò che l'obiettivo del CLN era «rendere impossibile la vita a tedeschi e fascisti dentro e fuori la città di Roma» e che quindi l'attacco «appare come episodio organico», e precisando che l'attentato venne «preparato e attuato dai comunisti senza specifico accordo con la Giunta Militare», ma che a fatto compiuto «tutti i rappresentanti del CLN furono concordi nel considerarlo "legittima azione di guerra"».[47]

Tuttavia, nel 1994, quattro anni dopo la morte di Pertini, l'ex ministro Matteo Matteotti, figlio di Giacomo ed a quell'epoca partigiano socialista, dichiarò che dopo la liberazione Pertini gli disse che «non era stato favorevole ad un'azione militare di gappisti contro un reparto militare perché temeva che ci fossero delle rappresaglie sproporzionate rispetto all'efficacia dell'azione», e che in quell'occasione «prevalse la tesi di Giorgio Amendola, che era convinto della necessità di dare una dimostrazione di forza». Matteotti affermò inoltre che «Pertini era invece favorevole ad una manifestazione davanti al Messaggero contro la prospettiva che Roma diventasse teatro di guerra e voleva che il coraggio della gente si potesse manifestare con una chiara protesta contro le truppe occupanti, ma con l'intento di non arrivare ad uno scontro armato».[48] Ancora, nel 1997, Massimo Caprara, ex segretario personale del fondatore del PCI Palmiro Togliatti, dichiarò che oltre allo stesso Togliatti «anche Sandro Pertini si rifiutò di dare la sua solidarietà» a chi partecipò all'azione.[49]

Dalla liberazione di Roma a quella di Firenze Edit

Nel maggio del 1944, si diresse dunque a Milano con Guido Mazzali per partecipare attivamente alla Resistenza come membro della giunta militare centrale del CLNAI e con l'intento politico di riorganizzare il partito socialista e la propaganda clandestina nelle regioni settentrionali[7].

Assieme a Ugo La Malfa fu uno strenuo oppositore della svolta di Salerno rispetto alla pregiudiziale repubblicana.[50]

Nel luglio del 1944, dopo la liberazione di Roma, venne richiamato da Nenni al rientro nella capitale. Gli ordini erano di mettersi in contatto, a Genova, con il monarchico Edgardo Sogno che lo avrebbe messo in contatto con gli alleati per farlo rientrare a Roma con un volo dalla Corsica. La situazione tuttavia si complicò: arrivato a Genova non trovò l'imbarcazione per raggiungere la Corsica, quindi cercò di attivarsi con Sogno per una soluzione alternativa[51].

Pertini, che aveva dei contatti con i partigiani di La Spezia, partì con l'intento di trovare nella città ligure il mezzo adatto al viaggio. E così fu, ma occorreva aspettare qualche giorno. Tornò a Genova ma venne a sapere che Sogno aveva già trovato un motoscafo ed era partito con altre persone per la Corsica lasciandolo al suo destino. Pertini si trovò quindi abbandonato, in territorio occupato, con una condanna a morte pendente e, nella sua Liguria, facilmente riconoscibile, con l'ordine di rientrare a Roma. Decise di riparare nuovamente alla Spezia per cercare comunque di raggiungere la capitale: riuscì ad ottenere, da un industriale che riforniva i tedeschi, un lasciapassare per raggiungere Prato, dopodiché da solo raggiunse Firenze a piedi.[51]

A Firenze si mise in contatto con il professore Gaetano Pieraccini, nel suo studio di via Cavour, grazie al quale riuscì a trovare rifugio in via Ghibellina. L'11 agosto prese parte agli scontri per la liberazione della città, organizzando l'azione del partito socialista e la stampa delle prime copie dell'Avanti!.

Il rientro al Nord e la liberazione di Milano Edit

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Il documento falso usato da Pertini durante la Resistenza

Arrivato a Roma capì presto che la sua presenza era inutile e manifestò l'intenzione di tornare al nord, dove era il segretario del Partito Socialista per tutta l'Italia occupata e faceva parte del Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta Italia in rappresentanza del partito[52].

Gli furono forniti dei documenti falsi, una patente di guida a nome di Nicola Durano, e con un volo aereo venne trasferito da Napoli a Lione, poi a Digione e, una volta arrivato a Chamonix, entrò in contatto con la Resistenza francese. Il percorso di rientro fu previsto attraverso il Monte Bianco e fu condotto sul Col du Midi assieme a Cerilo Spinelli, il fratello di Altiero, con una teleferica portamerci, per poi intraprendere l'attraversata del Mer de Glace e prendere contatto con i partigiani valdostani, grazie all'aiuto del campione francese di sci Émile Allais. Arrivò ad Aosta e poi ad Ivrea, evitando pattuglie e posti di blocco dei tedeschi, fino a Torino e quindi a Milano[53].

Il 29 marzo del 1945 costituì, con Leo Valiani per il Partito d'Azione ed Emilio Sereni per il PCI (supplente di Luigi Longo), un comitato militare insurrezionale in seno al CLNAI con lo scopo di preparare l'insurrezione di Milano e l'occupazione della città. Il 25 aprile 1945 fu lo stesso Pertini a proclamare alla radio[54] lo sciopero generale insurrezionale della città:

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Alle 8 del mattino del 25 aprile, il Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia si riunì presso il collegio dei Salesiani in via Copernico a Milano. L'esecutivo, presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani (presenti tra gli altri anche Rodolfo Morandi – che venne designato presidente del CLNAI –, Giustino Arpesani e Achille Marazza), proclamò ufficialmente l'insurrezione, la presa di tutti i poteri da parte del CLNAI e la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti[55] (tra cui ovviamente Mussolini, che sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo). Il decreto, trasmesso via radio, recitava:

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Tale risoluzione era però in conflitto con l'articolo 29 dell'armistizio di Cassibile, secondo il quale Mussolini avrebbe dovuto essere consegnato agli Alleati: Template:Quote

Quello stesso giorno, presso l'arcivescovado di Milano, ci fu comunque un tentativo di mediazione richiesto da Mussolini e favorito dal cardinale Ildefonso Schuster. Don Giuseppe Bicchierai, segretario dell'arcivescovo, si curò di contattare il CLNAI; alla riunione con Mussolini (con lui, tra gli altri, Rodolfo Graziani e Carlo Tiengo), nel primo pomeriggio, parteciparono inizialmente Raffaele Cadorna (comandante del Corpo volontari della libertà), Riccardo Lombardi, Giustino Arpesani e Achille Marazza. Pertini non fu rintracciato in quanto era impegnato in un comizio nella fabbrica insorta della Borletti[56][57]. Nel colloquio cominciò a palesarsi la possibilità di un accordo: il CLNAI avrebbe accettato la resa, garantendo la vita ai fascisti, considerando Mussolini prigioniero di guerra e quindi consegnandolo agli Alleati[58]. Ad un certo punto però giunse la notizia che i tedeschi avevano già avviato trattative con gli alleati anglo-americani: Mussolini adirato disse di essere stato tradito dai tedeschi e abbandonò la riunione, con la promessa di comunicare entro un'ora le sue intenzioni.[59] In quegli istanti giunsero alla spicciolata Sandro Pertini, Leo Valiani ed Emilio Sereni, del comitato militare insurrezionale del CLNAI. Pertini, armato di pistola, incrociò sulle scale, per la prima e unica volta, Mussolini che scendeva, ma non lo riconobbe; in seguito scrisse sull'Avanti!: «lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto».[60] Anni dopo, sulle colonne dello stesso giornale, dichiarò: «Se lo avessi riconosciuto lo avrei abbattuto lì, a colpi di rivoltella».[57]

Giunto nella sala dell'arcivescovado, si ebbe tra Pertini (appoggiato da Sereni) e gli altri un veemente scambio di battute: Pertini chiese alla delegazione perché non avessero arrestato subito Mussolini[59]; richiese inoltre che Mussolini, una volta arresosi al CLNAI, fosse consegnato ad un tribunale del popolo e non agli alleati[58]. Carlo Tiengo, che era rimasto in arcivescovado, a questo punto telefonò a Mussolini comunicandogli le intenzioni dei due delegati del PSIUP e del PCI; ottenuta la risposta comunicò ai delegati e all'arcivescovo il rifiuto ad arrendersi di Mussolini[58], che la sera stessa partì in direzione del Lago di Como.

Pertini associò sempre in massima parte a quell'intervento all'arcivescovado la causa del fallimento della trattativa e la conseguente morte del Duce. In particolare, nel 1965 scrisse:

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Tuttavia, secondo altre fonti, tale evento non avrebbe avuto un'influenza decisiva su una decisione (quella della partenza), di fatto già stabilita[61].

Il giorno dopo Pertini tenne un comizio in Piazza Duomo e poco dopo, a Radio Milano Libera, annunciò la vittoria dell'insurrezione e l'imminente fine della guerra. Il 27 aprile, fortemente convinto della necessità di condannare a morte il capo del fascismo, arrestato a Dongo il giorno precedente, disse alla radio:

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Il 28 aprile Mussolini fu fucilato ed il giorno dopo il suo cadavere, insieme a quello della sua compagna Claretta Petacci ed a quelli di altri gerarchi del regime sconfitto, fu esposto all'odio della folla a Piazzale Loreto. Pertini commentò: «L'insurrezione si è disonorata».[62]

In seguito, riguardo alle vicende finali della vita del dittatore, scrisse sulle colonne dell'Avanti!:

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In ottemperanza al decreto del CLN, ordinò inoltre la fucilazione del maresciallo Rodolfo Graziani al partigiano Corrado Bonfantini, comandante della Brigata Matteotti che lo arrestò il 28 aprile. Bonfantini si adoperò invece per salvare la vita al generale fascista, che il giorno dopo si consegnò agli alleati.[63]

File:Partigiani sfilano per le strade di milano.jpg

Gli ultimi scontri nella città si sarebbero conclusi solo il 30 aprile.[64] Per le sue attività durante la Resistenza, e in particolare per la difesa di Roma e le insurrezioni di Firenze e di Milano, verrà insignito della medaglia d'oro al valor militare.

Secondo Pertini, le emozioni provate durante la Liberazione di Milano furono un'esperienza che confermarono la sua idea della «capacità del popolo italiano di compiere le più grandi cose qualora fosse animato dal soffio della libertà e del socialismo»[60]. Tuttavia, come spesso egli ricordava malinconicamente, mentre il 25 aprile partecipava alla festa per l'avvenuta liberazione, suo fratello minore Eugenio veniva assassinato nel campo di concentramento di Flossenbürg[65].

Il partigiano Giuseppe Marozin, detto "Vero", ha scritto nelle sue memorie che sarebbe stato Pertini ad ordinargli la fucilazione dei famosi attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, avvenuta il 30 aprile in via Poliziano a Milano.[66] I due avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana; Valenti era un ufficiale della Xª Flottiglia MAS, ed erano entrambi accusati di aver partecipato alle azioni del gruppo di torturatori conosciuto come "Banda Koch". Secondo la ricostruzione dello scrittore Odoardo Reggiani, basata sulle dichiarazioni di Marozin al processo, Pertini avrebbe chiesto al partigiano: «A proposito, tu hai prigioniero anche Valenti?», ed alla sua risposta: «Sì, ho preso anche la Ferida. Li ho messi un poco fuori Milano, in un posto sicuro», avrebbe ordinato: «Allora fucilali; e non perdere tempo. Questo è l'ordine tassativo del CLN. Vedi di ricordartene».[67][68][69]

Nel 1979 diede l'incarico (senza successo) di formare il governo a Bettino Craxi, suscitando scalpore negli ambienti politici e preparando così il terreno per il primo governo a guida socialista della Repubblica. Pertini fu comunque il primo presidente della Repubblica a conferire l'incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana, Giovanni Spadolini, il quale presentò il Governo Spadolini I il 28 giugno 1981.

Nel maggio del 1980 partecipò in veste ufficiale ai funerali di Josip Broz Tito, presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, e molti ritengono che baciò la bandiera che ne avvolgeva la bara. Questo presunto gesto del bacio alla bandiera, a cui Pertini era solito, è stato in questo caso – in alcuni ambienti ed in anni più recenti – ritenuto offensivo nei confronti della comunità giuliano-dalmata poiché il regime di Tito perpetrò i massacri delle foibe e provocò l'esodo istriano[70][71]. In realtà, almeno in quella occasione, appoggiò solo un braccio sulla bara[72], baciando la bandiera in un altro momento della cerimonia.

In seguito al terremoto in Irpinia del 23 novembre 1980, nell'invocare la repentina risposta dei soccorsi all'immane tragedia dei terremotati, lanciò l'appello «Fate presto», frase apparsa il giorno seguente a nove colonne sul quotidiano Il Mattino di Napoli.

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Dopo la sua visita in Irpinia, il 26 novembre, pochi giorni dopo la tragedia denunciò pubblicamente l'impotenza e l'inefficienza dello Stato nei soccorsi in un famoso discorso televisivo a reti unificate, in cui sottolineò la scarsità di provvedimenti legislativi in materia di protezione del territorio e di intervento in caso di calamità e denunciò quei settori dello Stato che avrebbero speculato sulle disgrazie come nel caso del terremoto del Belice.[73]

Partecipò commosso anche ai funerali del presidente egiziano Anwar al-Sadat, camminando in mezzo alla folla al seguito del feretro lungo tutto il percorso del corteo funebre e ricordandolo durante il discorso di fine anno nel 1981: Template:Quote

Sandro Pertini funerale Berlinguer

Pertini rende omaggio al feretro di Enrico Berlinguer.

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Pertini fu inoltre particolarmente partecipe durante la scomparsa di Enrico Berlinguer, tanto da partire personalmente da Roma con un volo presidenziale per poter scortare la salma nella capitale. Durante le esequie in piazza S. Giovanni, Nilde Iotti, dal palco delle autorità, ringraziò pubblicamente Pertini, scatenando un commovente applauso della folla partecipante.

Assunse sempre un atteggiamento di intransigente denuncia nei confronti della criminalità organizzata denunciando «la nefasta attività contro l'umanità» della mafia e ammonendo sempre a non confondere i fenomeni criminosi della mafia, della camorra e della 'ndrangheta con i luoghi e le popolazioni in cui sono presenti.

Nel discorso di fine anno del 1982 parlò espressamente del problema mafioso, ricordando le figure di Pio La Torre e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: Template:Quote

Nel febbraio 1983, tra lo stupore generale visitò in ospedale il giovane Paolo Di Nella, militante del Fronte della Gioventù, in coma per essere stato colpito alla testa con una spranga da due giovani mentre affiggeva dei manifesti,[74] e che nei giorni successivi morì.[75]

Lo stesso anno sciolse il consiglio comunale di Limbadi in provincia di Vibo Valentia, in quanto era risultato primo degli eletti il latitante Francesco Mancuso, capo dell'omonima famiglia mafiosa. Tornò poi sulle tematiche legate alla criminalità organizzata nel suo discorso di fine anno:

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Sandro Pertini e Mitterrand

François Mitterrand con Pertini nel 1982

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La presidenza di Pertini favorì l'ascesa del primo socialista italiano alla guida di un governo. Già nel 1979 il presidente aveva dato un incarico (senza successo) a Bettino Craxi. Nel 1983, diede nuovamente l'incarico di formare il governo a Craxi, che stavolta realizzò l'intento di Pertini. Per due anni e per la prima volta nella storia d'Italia, furono socialisti sia il presidente della Repubblica, sia il presidente del Consiglio dei ministri. Ciò nonostante, Pertini ebbe con Craxi rapporti altalenanti, dovuti essenzialmente alla diversa formazione e temperamento. Pertini spesso non condivise le mosse politiche craxiane, come nel caso del XLIII Congresso a Verona, il 15 maggio 1984, in cui Bettino Craxi venne eletto segretario per acclamazione anziché con la consueta votazione. I rapporti tra i due politici comunque si mantennero su un piano di cordialità e rispetto, nonostante non si amassero. Antonio Ghirelli, allora portavoce del Quirinale, riporta che Pertini, il giorno in cui doveva conferire a Craxi l'incarico di presidente del Consiglio, notò che il segretario socialista si era presentato al Colle indossando dei jeans e gli intimò di ritornare con un abbigliamento adeguato.[76]

Pertini mantenne comunque un forte senso dell'appartenenza al partito di cui Craxi era segretario. Racconta Lelio Lagorio, a proposito del secondo incarico a Craxi, che «al termine della legislatura 1979-83 il presidente non faceva che dirci: "Voi socialisti cercate di guadagnare voti alle elezioni ed io vi affido il governo". Fu così».

Durante il suo mandato sciolse due volte il Parlamento, convocando le elezioni politiche italiane del 1979 che diedero vita alla VIII Legislatura e le elezioni politiche del 1983 che diedero vita alla IX Legislatura; diede l'incarico (in ordine cronologico) di formare i governi Andreotti V, Cossiga I, Cossiga II, Forlani, Spadolini I, Spadolini II, Fanfani V e Craxi I e nominò giudici costituzionali Virgilio Andrioli, Giuseppe Ferrari e Giovanni Conso.

Nominò inoltre cinque senatori a vita: il politico e storico Leo Valiani, l'attore e commediografo Eduardo De Filippo, la politica ed ex-partigiana Camilla Ravera (prima donna a ricevere questa nomina), il critico letterario e rettore Carlo Bo ed il filosofo Norberto Bobbio. Con queste nomine i senatori a vita diventarono complessivamente sette. Secondo l'interpretazione di Pertini, infatti, l'art. 59 della Costituzione non intenderebbe limitare a cinque il numero di senatori a vita che possono sedere in Parlamento ma permettere a ogni Presidente della Repubblica di nominarne fino a cinque. Tale scelta non fu contestata (forse per la qualità dei senatori a vita nominati o per la popolarità di cui Pertini godeva) e il suo successore Cossiga seguì la stessa interpretazione.[77]

Il suo modo di intervenire direttamente nella vita politica del Paese rappresentò una novità per il ruolo di Presidente della Repubblica, che era stato, fino ad allora una figura strettamente "notarile". Quello che in seguito divenne un archetipo della funzione di stimolo del Quirinale nei confronti della politica, il cosiddetto "potere di esternazione", fu per la prima volta esercitato nella risoluzione della controversia parasindacale dei controllori di volo[78]: indicativo della novità del suo intervento - che indusse il Governo ad avallare una soluzione negoziale elaborata al Quirinale - è il fatto che la stampa e la dottrina giuridica cercarono di ricondurre la vicenda nell'ambito dei poteri presidenziali, con un'evidente giustificazione a posteriori, evidenziando il fatto che i controllori dei voli aerei erano a quel tempo personale militarizzato (era proprio questa una delle principali questioni), e dicendo che Pertini era intervenuto in qualità di comandante delle forze armate (ai sensi dell'articolo 87, 9º comma della Costituzione).[79]

Sandro Pertini e Eduardo De Filippo

Sandro Pertini ed Eduardo De Filippo

Grazie all'indubbio prestigio di cui godeva, soprattutto tra i cittadini, fu in genere difficile per i vari esponenti politici non recepire, seppur talvolta controvoglia, le sue incursioni. Questo modo di fare, portò il sistema istituzionale a rassomigliare quasi ad un'anomala repubblica presidenziale (basti pensare alla rivoluzione del 1981, con l'ascesa a Palazzo Chigi di Giovanni Spadolini, il primo non democristiano dopo quarant'anni, in seguito alla caduta del governo Forlani dopo lo scandalo della P2). Antonio Ghirelli, all'epoca portavoce del Quirinale, coniò l'appellativo di Repubblica pertiniana, ripresa poi dai media dell'epoca.

Il suo pensiero politico può essere efficacemente espresso da alcune frasi tratte da una sua intervista: Template:Quote

La sua personalità era intrisa dei princìpi che avevano ispirato la democrazia parlamentare e repubblicana, nata dall'esperienza della Resistenza partigiana; era solito sostenere il suo rispetto della fede politica altrui tanto quanto il suo fermo rifiuto del pensiero fascista e di tutte le ideologie che rinneghino la libertà di espressione: Template:Quote

Nel 1982 Ronald Reagan, all'epoca presidente degli Stati Uniti, ricevette il 25 marzo a Washington il presidente italiano e scrisse in uno dei suoi diari personali: «Oggi è arrivato Sandro Pertini. Ha 84 anni ed è un fantastico gentiluomo. Abbiamo avuto un ottimo colloquio. Ama molto gli Stati Uniti. C'è stato un momento commovente quando è passato davanti al Marine che teneva la nostra bandiera. Si è fermato e l'ha baciata».[80]

Senatore a vita Edit

Il 29 giugno 1985, pochi giorni prima della scadenza naturale del suo mandato, si dimise dalla carica allo scopo di facilitare le procedure dell'elezione del suo successore. Al termine del mandato presidenziale divenne, come previsto dalla Costituzione, senatore a vita; in tale veste non svolse attività politica né votò la fiducia ad un Presidente del Consiglio da lui precedentemente incaricato. L'unico incarico ufficiale che intraprese dopo la Presidenza della Repubblica fu la presidenza della Fondazione di Studi Storici "Filippo Turati", costituitasi a Firenze nel 1985 con l'obiettivo di conservare il patrimonio documentario del socialismo italiano.

Durante e dopo il periodo presidenziale non rinnovò la tessera del Partito Socialista, al fine di presentarsi al di sopra delle parti, pur senza rinnegare il suo essere socialista; del resto, anche durante il mandato aveva difeso la bandiera del socialismo italiano, intervenendo con un commento autorizzato nella cosiddetta "lite delle comari" del governo Spadolini. Indipendente dal ruolo istituzionale che aveva ricoperto e legato piuttosto a un senso di reciproca lealtà democratica appare invece l'episodio che lo vide, nel 1988, visitare la camera ardente di Giorgio Almirante.[81]

Il 23 marzo 1987 fu colto da un malore durante i funerali del generale Licio Giorgieri, che era stato assassinato dalle Brigate Rosse, e fu ricoverato al Policlinico Umberto I; in quella occasione ricevette anche la visita del papa Giovanni Paolo II, al quale era legato da lunga amicizia[82], ma questi poté solo vederlo di sfuggita, poiché gli fu impedito dai medici, in quanto Pertini risultava sedato e non ancora fuori pericolo[83].

Pertini si rimise completamente ma, la notte del 24 febbraio 1990, all'età di 93 anni, si spense per una complicazione in seguito ad una caduta di pochi giorni prima, a Roma nel suo appartamento privato, in una mansarda affacciata sulla Fontana di Trevi. Per suo espresso desiderio, il suo corpo fu cremato e le ceneri traslate nel cimitero del suo paese natale, San Giovanni.

Opere Edit

  • Gli uomini per essere liberi, di Pietro Pierri, ADD Editore, Torino, 2012. ISBN 978-8896873-47-2
  • Portoferraio 1933, Processo a Sandro Pertini. Pertini detenuto politico sotto il regime fascista. Atti del procedimento per oltraggio. A cura di Stefano Bramanti, Romano Figaia, Marcello Marinari. Editori Riuniti university press, Roma, 2010. ISBN 9788864730240
  • Il cittadino Sandro Pertini, con Raffaello Uboldi, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1983. ISBN 88-17-13529-1
  • Pertini racconta. Storia di un uomo e del suo mito, Milano, Garzanti, 1984.
  • La mia Repubblica, Manduria, P. Lacaita, 1990.
  • Scritti e discorsi di Sandro Pertini, 2 voll., Roma, Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per l'informazione e l'editoria, 1990.
  • Sandro Pertini, combattente per la libertà, a cura di S.Caretti e M.Degl'Innocenti, Manduria, P. Lacaita, 1996.
  • Sandro Pertini. Carteggio: 1924-1930, a cura di S.Caretti, Manduria, P. Lacaita, 2005. ISBN 88-88546-55-3
  • Discorsi parlamentari 1945-1976, Roma-Bari, Laterza, 2006. ISBN 88-420-7871-9
  • Quei giorni della liberazione di Firenze. ...e la Martinella suonò, Firenze, Pugliese, 2006. ISBN 88-86974-34-5
  • Sandro Pertini. Lettere dal carcere: 1931-1935, a cura di S.Caretti, Manduria, P. Lacaita, 2006. ISBN 88-89506-19-9
  • Sandro Pertini. Dal confino alla Resistenza. Lettere 1935-1945, a cura di S. Caretti, Manduria, P. Lacaita, 2007. ISBN 9780888950611
  • Sandro Pertini. Dal delitto Matteotti alla Costituente. Scritti e discorsi, 1924-1946, a cura di S.Caretti, Manduria, P. Lacaita, 2008. ISBN 9788889506639
  • Sandro Pertini. Anni di guerra fredda. Scritti e discorsi: 1947-1949, a cura di S. Caretti, Manduria, P. Lacaita, 2010. ISBN 9788889506912
  • Bibliografia degli scritti e discorsi di Sandro Pertini 1924-2008, a cura di A. Gandolfo, Provincia di Savona - Associazione "Sandro Pertini" - Stella San Giovanni, 2008.

Onorificenze Edit

Onorificenze italiane Edit

Nella sua qualità di Presidente della Repubblica italiana è stato, dal 9 luglio 1978 al 29 giugno 1985: Template:Onorificenze Template:Onorificenze Template:Onorificenze Template:Onorificenze Template:Onorificenze

Personalmente è stato insignito di: Template:Onorificenze Template:Onorificenze Ebbe tale decorazione per aver guidato, nell'agosto del 1917 un assalto al monte Jelenik, durante la battaglia della Bainsizza. Tuttavia, dopo la guerra, tale decorazione fu occultata dal regime fascista a causa della sua militanza socialista. Pertini seppe del conferimento solo quando divenne Presidente della Repubblica, dopo alcune ricerche dello staff dello Stato Maggiore. Alla proposta di consegna egli si rifiutò dicendo che se l'allora regime negò tale merito non riteneva giusto raccoglierlo ora vista la sua posizione di Presidente della Repubblica. L'onorificenza gli fu comunque consegnata, terminato il suo mandato presidenziale, nel suo ufficio di senatore a vita, dall'allora presidente del Senato, Giovanni Spadolini[6].

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Onorificenze straniere Edit

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  • Fu il primo a ricevere l'onorificenza della "Medaglia Otto Hahn per la Pace" della Società Tedesca per le Nazioni Unite (Deutsche Gesellschaft für die Vereiten Nationen, DGVN): gli fu assegnata a Berlino nel dicembre 1988 «per meriti eccezionali in favore della pace e della comprensione fra i popoli, in particolare per la sua morale politica e la praticata umanità».

Monumenti e infrastrutture dedicate a Pertini Edit

File:Monumento Sandro Pertini Nereto Teramo.png

Il primo monumento dedicato a Sandro Pertini fu inaugurato poco dopo la sua morte, nel 1990 a Milano, in via Croce Rossa, opera dell'architetto Aldo Rossi.

Altri monumenti a Pertini si ricordano nei comuni di Rimini, Nereto, Campo nell'Elba e Foligno. A Stella, dove nacque, e dove è sepolto, un suo busto è collocato davanti alla sede comunale.

A Sandro Pertini sono inoltre intitolati, tra gli altri, l'aeroporto di Torino-Caselle e l'ospedale "Sandro Pertini" di Roma, inaugurato nel 1990 nella zona di Pietralata.

L'Associazione Nazionale Sandro Pertini tiene inoltre un dettagliato elenco, non esaustivo, delle numerose scuole, parchi, infrastrutture, centri culturali e politici, strade, piazze e manifestazioni varie, intitolate a Sandro Pertini in Italia[84].

La Fondazione Sandro Pertini Edit

La "Fondazione Sandro Pertini" è stata costituita il 23 settembre 2002, a Firenze, su iniziativa della moglie del presidente, Carla Voltolina.

La firma dell'atto pubblico di costituzione è avvenuta in occasione di una cerimonia svoltasi nell'aula magna della facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" che aveva visto laurearsi, nel 1924, proprio Sandro Pertini.

La fondazione si pone come principale obiettivo quello di promuovere e divulgare studi sull'opera e il pensiero di Sandro Pertini; inoltre, si prefigge come scopo ulteriore, ma non secondario, quello di preservare il patrimonio dell'uomo politico costituito da cimeli, libri, archivio storico, fotografie, quadri e documenti vari da destinare alla pubblica fruizione, nonché quello di diffondere i valori per i quali Pertini si era battuto durante la sua esistenza[85].

L'attuale organigramma della Fondazione è così composto:

  • Presidente: Umberto Voltolina
  • Vicepresidenti: Pietro Pierri e Diomira Pertini

Note Edit

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Bibliografia Edit

Voci correlate Edit

Altri progetti Edit

Collegamenti esterni Edit

Predecessore Presidente della Camera dei deputati Successore
Brunetto Bucciarelli-Ducci 5 giugno 1968 - 24 maggio 1972
25 maggio 1972 - 4 luglio 1976
Pietro Ingrao
Predecessore Presidente della Repubblica Italiana Successore 30x30px
Giovanni Leone 8 luglio 1978 - 29 giugno 1985 Francesco Cossiga

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Categoria:Deputati dell'Assemblea Costituente Categoria:Direttori di periodici Categoria:Militari italiani della prima guerra mondiale Categoria:Ufficiali del Regio Esercito Categoria:Medaglie d'oro al valor militare Categoria:Medaglie d'argento al valor militare Categoria:Personalità dell'ateismo Categoria:Personalità legate a Savona Categoria:Resistenza in Liguria Categoria:Politici legati a Roma Categoria:Personalità legate alla Resistenza italiana Categoria:Politici del Partito Socialista Italiano Categoria:Presidenti della Repubblica Italiana Categoria:Senatori a vita italiani Categoria:Socialisti Categoria:Schedati al Casellario Politico Centrale Categoria:Confinati politici Categoria:Deputati della Consulta Nazionale Categoria:Presidenti della Camera dei deputati


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